Preoccupati del potere


Alcuni pensano che esista una terza via tra l’economia di mercato ed il socialismo, ed in un certo senso essi hanno ragione. Ma la via non conduce ai programmi statalistici. Prima che mi spieghi, consideriamo gli effetti invisibili della sostituzione dei mezzi del governo con le volontarie energie umane.

Spesso si usa l’espressione volontarie per indicare le azioni caritatevoli svolte in società non-profit, ma si consideri che il profitto in un’economia di mercato è anche la risultante di azioni volontarie. Esse implicano la volontà dei compratori e dei venditori, quella dei lavoratori e quella dei detentori del capitale. Ogni azione “capitalista” è la risultante di una scelta volontaria, una decisione presa da individui di dar vita ad uno scambio nella previsione che così facendo migliorino le sorti della loro vita. Un termine migliore per esprimere le attività caritatevoli, distinte da quelle commerciali, sarebbe attività non pecuniarie.

Dunque, per azioni umane volontarie, intendo riassumere il complesso delle attività umane nella misura in cui esse non implichino l’obbligo di fare cose che altrimenti non farebbero. Esse includono un arco di attività che vanno dalle piccole transazioni alle enormi e complesse transazioni finanziarie internazionali di Wall Street. Tutte implicano la scelta individuale di migliorare il proprio livello di vita.

Possiamo contrastare queste azioni con i mezzi del governo, le quali comprendono sempre un elemento di forza coercitiva. Che si tratti di tassazione, regolamentazione o restrizioni dei consumi, tutti i programmi governativi sono congeniati per frustrare decisioni che altrimenti sarebbero volontarie. Comunque la si pensi, alcuni interventi sono necessari, ma siamo onesti: l’incremento dell’intervento dello Stato nell’economia significa sempre un incremento dell’uso della forza.

Nel corso degli anni, ho notato che i difensori dell’interventismo di Stato o non comprendono questo punto oppure decidono di non considerarlo. Se si pensa alla storia del male, alle calamità di larga scala che hanno variamente colpito la famiglia umana, la maggior parte di esse sono state la risultante dell’uso del potere, dalle carestie ai campi di concentramento. Se abbiamo a cuore il destino dell’umanità, dovremmo essere molto attenti a difendere qualsiasi politica che incrementi l’uso del potere nella società.

Il problema con i difensori dello statalismo è che, molto spesso, essi ottengono esiti opposti rispetto alle loro intenzioni. Pianificano i programmi di incentivi affinché le persone siano produttive. Finanziano il vizio, scoraggiano la bontà, frustrano la crescita economica ed offrono un’occasione per peccare ai legislatori e a i burocrati. Ebbene, tutte queste considerazioni impallidiscono di fronte al problema morale che solleva la pretesa da parte dello Stato di agire peri il bene. Se consideriamo la libertà, dovremmo conservare una riserva mentale nei confronti di qualsiasi proposito che neghi la scelta individuale e la sostituisca con la irregimentazione di Stato.

Avevo detto che c’è un qualche merito nell’idea di una terza via: ossia, in una società che impiega mezzi economici volontari e mezzi morali virtuosi per dar vita ad una società “buona”. Questa è una sfida maggiore rispetto a quella “mitica” che intende combinare elementi del sistema capitalistico con alcuni del sistema socialistico.

E’ verso questa “buona” società che la migliore scienza sociale e la letteratura religiosa dovrebbero dirigersi