La crisi della zona euro rappresenta per l’Europa un'opportunità di esplorare nuove possibilità monetarie che sfidano la visione, fino a questo momento dominante del futuro economico dell'Unione Europea.
Nonostante i tentativi sempre più frenetici dei governi e delle banche centrali di risolvere la crisi del debito nella zona euro, il progetto dell'euro sembrava così vicino al collasso come non è mai successo in nessun momento della sua storia. In tutta la zona euro, i supervisori dei servizi finanziari nazionali hanno avvertito le banche private di sviluppare dei piani per far fronte agli imprevisti di diversi Paesi che sarebbero potuti uscire dalla moneta comune. Le banche stesse stanno delineando gli scenari dei probabili effetti di un ritorno alle monete nazionali per gli stati dell’Unione Europea. Nei mercati finanziari, la crescita dei rendimenti obbligazionari, offerti dalle nazioni della zona euro a partire dal mese di ottobre sottolinea i dubbi degli investitori circa la volontà e anche la capacità dei leader politici europei di proteggere la moneta unica.
Per la maggior parte della classe dirigente politica europea, il restringimento della zona euro o la sua implosione rappresenterebbe un duro colpo per la loro particolare visione di unificazione europea. Alcuni capi di governo, come quello francese, Nicolas Sarkozy, stanno di conseguenza spingendo per un massiccio intervento sul mercato delle obbligazioni da parte della Banca Centrale Europea. Altri, in particolare la tedesca Angela Merkel, preferiscono un approccio con implicazioni di una più vasta portata: rinegoziare il Trattato di Unificazione Europea in modo da istituire una politica fiscale comune. Che richiederebbe ai Paesi membri della zona euro una diminuzione significativa di sovranità.
Tuttavia, se dovesse accadere l’inimmaginabile e quindi se la moneta comune così come la conosciamo giungesse al termine, i governi europei avrebbero, per una volta nella vita, la possibilità di ripensare al tipo di andamento monetario che desiderano adottare. Ma questo significherebbe ampliare la lista delle possibili scelte politiche sul futuro europeo che essi sono disposti a contemplare.
Un tale scenario rappresenta la divisione monetaria all'interno dell’Unione Europea su tre fronti che riflette i diversi impegni politici e le priorità economiche di nazioni differenti. La Germania e i membri della zona euro più responsabili da un punto di vista fiscale come Austria, Finlandia, e Paesi Bassi potrebbero, ad esempio, decidere di accordarsi per essere gli unici a possedere la necessaria disciplina fiscale e monetaria per sostenere una moneta comune.
Accanto a questo blocco ci sarebbero altri due gruppi. Il primo sarebbe formato da quei Paesi dell'Unione Europea come Gran Bretagna, Svezia e Danimarca che hanno mantenuto i propri sistemi monetari perché avevano dei dubbi circa le implicazioni che avrebbe avuto l’Euro per la sovranità nazionale. Dell’altro gruppo farebbero parte le nazioni europee come Grecia, Portogallo e Italia che sono semplicemente incapaci o non vogliono abbracciare le esigenti politiche monetarie e fiscali richieste da una moneta comune; queste nazioni di conseguenza si troverebbero al di fuori della zona euro e tornerebbero alle loro monete nazionali.
Un’occasione monetaria più radicale per uno scenario di un’UE post-euro sarebbe la concorrenza monetaria. Questo fu proposto una volta dal primo ministro britannico Margaret Thatcher come alternativa all’attuale moneta comune. Proposte contemporanee per la concorrenza monetaria, come quella avanzata da Philip Booth e Alberto Mingardi, coinvolgono le autorità monetarie dei diversi Paesi che autorizzano l’uso d altre valute insieme all’euro in ambienti interni diversi dal proprio. La scelta dei consumatori, piuttosto che la sovranità dello stato stabilirebbe così, in ultima analisi quali valute sono state utilizzate.
Ancora, un’altra opzione potrebbe essere l’utilizzo di quello che possiamo definire lo standard aureo europeo. Negli anni ‘50 e ‘60, l'economista tedesco Wilhelm Röpke sostenne che l’integrazione monetaria europea poteva avvenire attraverso un nucleo di Paesi che accettavano di aderire ad uno standard aureo, proprio come era successo quasi spontaneamente nel XIX secolo attraverso un processo decisionale unilaterale da parte singoli Paesi. Una volta che questo era avvenuto, i Paesi che avevano aderito a tale standard aureo avrebbe dovuto insistere affinché tutti i membri mantenessero la disciplina monetaria come pure la libertà e la stabilità nei mercati valutari esteri. I Paesi che non erano in grado di aderire a queste norme non sarebbero stati ammessi al club aureo europeo. Coloro che non erano riusciti a rispettare le regole del club sarebbero semplicemente stati espulsi. Non sarebbe esistita la politica: “una volta entrati, non si può uscire”.
Ci sono precedenti europei per questo tipo di unione monetaria. Nel 1865, ad esempio, Italia, Svizzera, Belgio e Francia hanno accettato di fissare la loro valuta su un particolare valore in oro e argento e di permettere alle loro valute di essere liberamente intercambiabili. Altri Paesi come Romania, San Marino, Grecia, Spagna e Serbia a poco a poco hanno preso parte a questo gruppo per formare quello che passò alla storia come Unione Monetaria Latina (UML). Col passare del tempo, l’UML si è diretta verso uno standard aureo de facto dato che l'argento cominciò ad essere usato sempre meno. L’UML, come lo standard aureo internazionale, alla fine si è sgretolato come conseguenza della Prima Guerra Mondiale, anche se formalmente è durato fino al 1927. La Grecia, cosa abbastanza interessante, è stata espulsa dall’UML nel 1908 per la svalutazione dell'oro nella sua valuta.
Inutile dire che nessuna delle opzioni monetarie citate otterrà, probabilmente un grande sostegno da parte dei politici europei contemporanei. In parte, ciò riflette la consapevolezza dei particolari svantaggi di ogni opzione. Non esiste qualcosa come il perfetto sistema monetario. Per esempio, la capacità dello standard aureo di riferimento di funzionare come meccanismo di regolazione monetaria è stata tradizionalmente compromessa dalla lentezza con cui la fornitura dell’oro si adatta ai cambiamenti reali della domanda. In termini politici, queste opzioni richiedono anche una disciplina da parte dei governi che non necessariamente gli darà la possibilità di essere rieletti.
Però, la ragione più importante, a lungo termine, per la resistenza politica verso l’utilizzo di una di queste possibilità post-euro è che ciascuno di questi metodi vorrebbe dire che sarebbero finiti i giorni in cui i politici europei utilizzano il processo di armonizzazione monetaria e fiscale come veicolo per rafforzare l’integrazione politica a livello continentale verticale. Che, a sua volta, richiederebbe un ripensamento significativo del senso stesso e del carattere dell’integrazione europea.
Qui vediamo come una mancanza di immaginazione politica sul futuro dell’Unione Europea, proprio da parte della maggioranza della sua classe politica, limita anche la loro immaginazione economica quando si tratta di discutere delle possibilità monetarie per l’Europa. Tutte le misure attuali della classe dirigente in materia fiscale, proposte dai leader di governo come la Cancelliera Merkel, presumono che la risposta più adeguata alla crisi monetaria attuale sia la centralizzazione della politica fiscale.
In un certo senso, è proprio la risposta corretta, se i leader europei vogliono una politica monetaria unica gestita da una banca centrale per economie così diverse come quella greca e quella tedesca. Ciò presuppone, tuttavia, che l’integrazione politica ed economica dell’Europa deve coinvolgere la centralizzazione progressiva delle politiche monetarie e fiscali gestite da istituzioni europee sovranazionali che, per definizione, riducono la sovranità nazionale in nome dell’armonizzazione.
Ma, ci si potrebbe chiedere perché deve essere questo il caso? Esistono, certamente delle buone ragioni per una graduale integrazione politica ed economica dei Paesi europei. È facile respingere l’insistenza di alcuni politici europei secondo i quali una rottura della zona euro porterebbe alla guerra, si tratta di un’affermazione allarmista ma, per la classe dirigente è una modo per evitare di dare risposte fondate alle domande critiche sulla direzione in cui si sta incamminando l’UE. Non dovremmo, tuttavia, dimenticare che lo sviluppo del moderno modello Stato-nazione europeo non ha dimostrato di essere un rimedio miracoloso. Se unito a forze come il fascismo, il nazionalismo, e il comunismo, lo Stato-nazione ha dimostrato di essere un potente mezzo di oppressione, per non parlare delle possibili aggressioni violente contro altri stati europei.
Inoltre, raggiungere un’integrazione degli Stati-nazione attraverso l’introduzione graduale di uno stato europeo sovranazionale centralizzato porta con sé tutti i problemi della centralizzazione politica ed economica su scala molto più ampia, tra i primi troviamo la possibilità di un calo costante della libertà politica ed economica. Non molto tempo prima della sua morte nel 1966, Röpke ha sostenuto che questo sarebbe stato il percorso logico di tale entità europea che ha diretto una politica monetaria centralizzata e ha cercato di utilizzare una politica fiscale a livello verticale.
Ma Röpke aveva anche una visione negativa di tali politiche perché credeva che le conseguenti tendenze europee di centralizzazione avrebbero avuto effetti profondamente negativi sul vero pluralismo rappresentato dalla visione di “Europe des patries”, un’idea, come ha notato Röpke, esplicata da parte degli europei moderni che vanno da Montesquieu a Charles de Gaulle. Questa idea alternativa di Europa, sosteneva Röpke, si traduceva in un federalismo che ha sottolineato la libertà di mercato e la concorrenza ad un livello oltre confine che precludeva ogni tipo di pianificazione economica europea centralizzata proprio perché a livello verticale la politica fiscale era incompatibile con una forma altamente decentralizzata di integrazione politica.
Da questo punto di vista, le risposte dei leader europei contemporanei ai problemi della valuta e ai problemi fiscali sottolineano proprio quanto hanno perso di vista uno dei grandi punti di forza dell'Europa: il vero pluralismo uno dei molti punti in comune che hanno legato gli europei per secoli, già da molto tempo prima che fosse firmato il trattato di Roma nel 1957. Infatti, l'abitudine attuale dell'UE di unire in maniera forzata le politiche prima di sottoporle di tanto in tanto (quasi come un ripensamento) alla ratifica dei parlamenti nazionali o ai referendum popolari contribuisce ad alimentare antipatia nei confronti del processo di integrazione, per non parlare della crisi di legittimità che devono affrontare sempre più le classi politiche europee.
Esiste, tuttavia un’alternativa: il fatto che il processo di integrazione europea è principalmente guidato dall’alto verso il basso. In questo caso soffermarsi sull’integrazione significherebbe non vedere più le cose da un punto di vista politico. Al contrario, si darebbe più importanza agli individui e le imprese commerciali che fanno affari, che si mettono in competizione e che investono gli uni negli altri oltre le frontiere. I governi dovrebbero prima di tutto limitarsi nel porre delle barriere alla libera circolazione delle persone, dei capitali e agli scambi fra le nazioni. Un esempio di ciò che potrebbe essere tale integrazione lo troviamo nell’Associazione Europea di Libero Scambio (AELS). Creata nel 1960, l’attenzione dell’AELS è stata sempre sulla liberalizzazione dei movimenti di persone, merci e capitali tra i suoi stati membri. Non ha mai cercato di imporre politiche fiscali, sociali o monetarie sui suoi membri.
Naturalmente, se l’UE si dirigesse verso questa possibilità, significherebbe che i politici europei e i burocrati avrebbero un ruolo decisamente minore. Sarebbe anche in contrasto con i loro istinti dirigisti così profondamente radicati. Ciò nonostante, consentirebbe una scappatoia a quegli approcci che tendono al modello della “taglia unica”, essi tendono a diminuire lo spazio per la sperimentazione politica ed economica per l’attuale UE. A tale proposito, la volontà di esplorare le opzioni monetarie post-euro per interrompere la tendenza, che fino ad oggi ha dominato in Europa, verso la centralizzazione verticale della politica monetaria e fiscale sarebbe un passo nella giusta direzione.
Nota: l’articolo originale Monetary Possibilities for a Post-Euro Europe è apparso il 9 dicembre 2011 su The Public Discourse. La traduzione in italiano è dell’Istituto Acton.
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