Non se, ma come aiutare i poveri


Il dibattito sull’applicazione degli insegnamenti principali della fede cristiana cominciò quando fu portata a Gesù una moneta romana con l'immagine di Cesare. In quel momento, il Signore tracciò sia una limitazione al potere legittimo dello Stato che una distinzione tra esso e l’autorità suprema di Dio Onnipotente. Negli anni seguenti sarebbe apparsa una gerarchia di valori molto equilibrata e ben ponderata, valori radicati in una comprensione basilare della dignità della persona umana. Tuttavia non si trattava di valori astratti o solo di una serie di principi che non potevano fornire orientamenti per le raccomandazioni politiche concrete, che però non fanno crollare la dottrina dogmatica e immutabile nella dinamica della politica e delle politiche.

Lungo questo percorso tortuoso per una serie più equilibrata di principi, la Chiesa ha condotto i suoi fedeli attraverso vicoli ciechi e situazioni esasperanti: i francescani spirituali medievali (i fraticelli) che volevano vietare la proprietà privata come qualcosa intrinsecamente cattiva, oppure più recentemente, i teologi della liberazione che hanno tentato di "far crollare l'eschaton" del Regno di Dio nella rivoluzione socialista.

Eppure, l'incarnazione di Cristo non lascia i cristiani fuori dai guai quando si tratta delle convinzioni sulla dignità umana e sulla tutela pratica dei più vulnerabili. Capire come tradurre le implicazioni sociali del Vangelo in soluzioni praticabili e concrete è a volte frustrante e ambiguo come la comprensione della clausola homoousion del Credo. 

Prendiamo le recenti occasioni di dibattito pubblico da parte dei cattolici su questi argomenti giustificati da una lettera aperta, scritta da un gruppo di docenti cattolici, che sostiene che il bilancio proposto dai Repubblicani del Congresso degli Stati Uniti viola la dottrina sociale cattolica, e per poco il Presidente del Congresso non è stato definito eretico.

Ci sono prove in questa lettera, e in alcuni dei commenti che ne sono seguiti, di un fallimento, quello di non essere riusciti ad afferrare le distinzioni necessarie nella teologia morale cattolica (di cui, come i papi hanno osservato, la dottrina sociale è un aspetto). Ho sottolineato nella mia critica originale alla lettera aperta che l'affermazione dei professori cattolici trascura l'importante distinzione tra "dogmi non negoziabili e dottrine" e tra "questioni prudenziali e questioni discutibili, quando si tratta di applicare i principi della dottrina sociale cattolica ." Poi ho citato il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa: "Il Magistero della Chiesa non vuole esercitare un potere politico né eliminare la libertà d'opinione dei cattolici su questioni contingenti "(571). L'uso della frase "su questioni contingenti" che troviamo nel Compendio è assolutamente intenzionale. Vuol dire che è semplicemente inesatto che i cattolici che discutono di come affrontare la questione della povertà si distaccano dell'insegnamento della Chiesa, cosa che succede a chi non sostiene l’insistenza della Chiesa a proposito della protezione legale dei non nati.

Alcuni cronisti cattolici rifiutano questo punto, proponendo, per giustificarsi, una citazione di Caritas in Veritate: “non contribuiscono a fare chiarezza certe astratte suddivisioni della dottrina sociale della Chiesa che applicano all'insegnamento sociale pontificio categorie ad esso estranee … C’è un unico insegnamento, coerente e nello stesso tempo sempre nuovo.”

Benedetto in questo caso sottolinea che l'insegnamento della Chiesa nella sfera morale è pensiero reale. Non è un pot-pourri di preoccupazioni politiche, non è uno dei prodotto che i cattolici possono scegliere nella mondana Caffetteria Cattolicesimo. La sollecitudine della Chiesa per i poveri, gli emarginati, i non ancora nati, e gli anziani è un insieme. In questo senso, la critica è corretta: un cattolico non può subordinare "questioni di giustizia" a "questioni che riguardano la vita": egli deve abbracciare l'insegnamento della Chiesa nel suo insieme, perché le questioni che riguardano la vita sono questioni di giustizia.

Eppure la distinzione rimane. Questo non è perché le "questioni di giustizia" sono meno importanti delle "questioni che riguardano la vita", ma perché sono fondamentalmente differenti - una differenza radicata in due millenni di riflessione morale cattolica. L'aborto comporta la distruzione diretta e intenzionale di una vita umana innocente. Non è mai permesso scegliere il male intenzionalmente. Le leggi che permettono l'aborto sono intrinsecamente ingiuste, e cattolici sono obbligati a lavorare affinché l’aborto venga proibito dalla legge.

Quando si tratta di fare il bene, tuttavia, che è ciò che comporta affrontare il problema della povertà, la Chiesa non prevede esattamente come fare tale bene. Aiutare i poveri richiede un diverso tipo di analisi morale - non perché io (o l'insegnamento della Chiesa) sono "dualista", come alcuni critici suggeriscono, né perché assistere i poveri è "meno importante" di tutelare il nascituro, ma anche perché le due questioni possiedono caratteristiche diverse e pertanto richiedono diversi tipi di analisi morale.

Questa distinzione vale, per esempio, anche al di fuori della dottrina sociale della Chiesa, e può essere vista nell’insegnamento morale a proposito del concepimento. Una critica superficiale della posizione della Chiesa contro la contraccezione artificiale è la seguente: "Perché è sbagliato evitare il concepimento con l'uso di prodotti chimici o preservativi, ma non è immorale utilizzare metodi naturali di pianificazione familiare?" In questa argomentazione c’è lo stesso errore che fanno i critici a cui sto rispondendo: Nel primo caso, è stato scelto il male (l'azione di impedire chimicamente il concepimento, per esempio), piuttosto che non fare il bene in un dato momento (azione intesa a realizzare il concepimento). Non è un peccato rinunciare ai beni disponibili, è sempre un peccato scegliere deliberatamente di fare il male. 

È possibile sostenere che il taglio ai programmi di welfare è coerente con la dottrina sociale cattolica, perché possiamo scegliere tra le numerose opzioni a nostra disposizione per fare il bene valutando la scelta possibile tra le opzioni che portano al bene. Non vogliamo sprecare le citazioni delle encicliche sociali su questo punto. Certamente ci sono dei passaggi che sostengono l’aumento dell’azione del governo nell'economia e nella fornitura di servizi sociali - quando necessario per servire il bene comune. Ma ci sono anche passaggi che suggeriscono la diminuzione dell'attività del governo e il ritiro da parte del governo delle azioni di fornitura dei servizi sociali (ad esempio, le critiche alla burocrazia e chiede di fare la carità in maniera più sostanziosa ai privati). Se una situazione particolare - in questo caso, la battaglia del bilancio negli Stati Uniti nel 2011 - richiede la prima o la seconda soluzione è chiaramente una questione prudenziale su cui i cattolici possono essere in disaccordo.

All’apice dell’incredulità e dell'esasperazione di alcuni cattolici che uniscono argomenti giusti ad aspre critiche c’è un'incapacità di riconoscere che davvero crediamo che molti programmi governativi aggravino anziché alleviare la povertà e altri mali sociali. Piuttosto che discutere la prudenza delle politiche a portata di mano, i detrattori ricorrono ad attacchi ad hominem e pronunciano anatemi selettivi. Eppure c’è in questo momento una vasta letteratura a proposito dei danni causati dalla guerra alla povertà e dalla sua incapacità di raggiungere gli obiettivi. Questi critici possono continuare a credere che gettare i soldi del governo nei programmi di welfare la dottrina sociale cattolica dall’obbligo di assistere i poveri, se vogliono, ma la loro incapacità di vedere altri punti di vista, come c’era da aspettarsi, è penosamente miope.

Un cattolico non può ignorare l'insegnamento della Chiesa di aiutare i poveri e gli indifesi; se lo ignorasse non terrebbe in considerazione le parole e l'esempio di Cristo stesso. Sarebbe, in sostanza, negare la fede. Ma, in effetti sulla questione di come assolvere al meglio quest’obbligo i cattolici potrebbero non essere d’accordo e la Chiesa non insegna a farlo diversamente. Non è consentito altrettanto quando si tratta della tutela giuridica del nascituro. Non penso che questo sia "il mio punto di vista" della questione; è ciò in cui crede la Chiesa, alla quale spero sia conforme il mio punto di vista.

Nota: l’articolo originale: Not Whether to Help the Poor, But How è apparso in Crisis Magazine il 31 maggio 2011.