L’Europa si rifiuta di affrontare le cause che sono all’origine della sua crisi senza fine.
Molti di noi hanno ormai perso il conto di tutte le volte che i leader politici europei hanno annunciato di essere arrivati ad un accordo "fondamentale" che risolva "decisamente" i quasi tre anni di crisi finanziaria dell’Eurozona. Recentemente, alla fine di ottobre, ci hanno detto che l'UE aveva delineato un accordo che avrebbe arginato i problemi del debito in Grecia - solo per mettere tutto in discussione improvvisamente a causa delle agitazioni politiche interne della Grecia, che venivano rapidamente eclissate dall’improvvisa discesa dell’Italia nella farsa della profonda crisi finanziaria.
Non c'è dubbio che molti di questi drammi rispecchiano problemi comuni come la difficoltà dei governi di conciliare le promesse fatte in ambito internazionale con esigenze politiche nazionali. Tuttavia la consistenza della crisi finanziaria europea, apparentemente infinita è guidata da un altro elemento: la riluttanza di gran parte della classe politica europea di riconoscere le cause che sono all’origine dei problemi che sta affrontando oggi l’Europa.
Alcuni di questi gravi problemi sono l'insostenibilità del modello di bassa crescita, i grandi settori pubblici, regolamentazione pesante, assistenza sociale troppo estesa, l'invecchiamento della popolazione, e un tasso di natalità al di sotto della soglia di sostituzione che caratterizza la gran parte dell’Eurozona. Anche adesso, è difficile trovare nella classe politica dell'Unione Europea qualcuno che apertamente riconosce l'alto prezzo economico di questi accordi.
I politici non hanno nemmeno riconosciuto che il prezzo da pagare in questa situazione sono stati i forti prestiti del settore pubblico utilizzati per colmare il divario fiscale che non potrebbe essere coperto nemmeno dalle pesanti aliquote fiscali tristemente note dell’Eurozona. Oggi sappiamo che tali prestiti hanno aiutato ad alleggerire i livelli catastrofici di debito sovrano di molte nazioni europee, livelli che oggi si traducono in lugubri prospettive di crescita, anche a causa del fatto che sono aumentati i requisiti richiesti dal servizio del debito pubblico. È raro, invece, trovare un politico europeo disposto a spiegare come si è verificata questa deriva fiscale. Invece, spesso si permettono il lusso di dedicarsi alle loro banali affermazioni, dando la colpa a quello che in Europa è lo spauracchio preferito al quale vengono attribuiti i mali dell'Unione Europea, il néolibéralisme, cioè “il capitalismo anglosassone”. Questo problema del debito unito a cause più profonde ci porta completamente in una seconda grande realtà smentita dalle élite politiche europee: il fatto che i vari meccanismi di salvataggio messi in atto dall'UE sono costruiti sulla sabbia.
Un buon esempio di questo è il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). Entrerà in azione a metà del 2013, l'MES avrà la funzione di istituzione permanente di aiutare le nazioni dell’Eurozona che devono affrontare delle sfide finanziarie. Ogni membro dell’Eurozona deve contribuire in misura diversa ai fondi di cui dispone l'MES. Esistono, tuttavia, seri interrogativi circa la capacità che hanno i diversi Paesi di rispettare i loro obblighi. L’Italia, per esempio, ha accettato di garantire il 18% dei fondi dell'MES. Ma come ha scritto il giornalista del Financial Times Wolfgang Münchau a marzo: “Crediamo veramente che l'Italia ... sia in grado di trovare decine di miliardi per il salvataggio di un altro stato membro”?
Una terza realtà che sottolinea le attuali situazioni difficili in Europa e che spesso viene ignorata da molti politici del Continente è che il modello europeo e sempre più sorpassato in un'economia divenuta globale. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, molti Paesi europei hanno cercato di combinare gli elementi del mercato con un forte coordinamento verticale da parte dello Stato, generosi programmi sociali e con politiche neo-corporativiste. Queste ultime solitamente coinvolgevano i protocolli automatici dei governi a favore di ampie consultazioni tra management e dipendenti in intere economie al fine di risolvere le controversie circa i livelli di salari, le condizioni di lavoro e i target di produzione.
Come ha osservato l'economista Barry Eichengreen, le strutture neo-corporativiste possono avere aiutato molti Paesi dell'Europa occidentale, profondamente scossi dalla guerra e caratterizzati da profonde divisioni ideologiche e sociali a superare queste fratture per affrontare gli urgenti problemi di ricostruzione e sviluppo. Nell’epoca della globalizzazione, tuttavia, l'utilità di questo approccio è molto meno evidente. Associazioni imprenditoriali, sindacati e governi possono negoziare i salari in Spagna quanto vogliono, ma se il lavoro è meno costoso in Corea, molte aziende potrebbero voler lasciare fuori l'intermediario costituito dalla burocrazia neo-corporativista e costruire nuove fabbriche fuori Seul piuttosto che a Madrid e assumere coreani invece che spagnoli, poiché è molto più semplice, richiede meno tempo ed è più conveniente da un punto di vista economico.
Certamente, Paesi come la Germania e la Svezia si sono sottoposti a notevoli cambiamenti interni che li hanno aiutati a capitalizzare sull'apertura dei mercati mondiali. Ma altri Paesi dell'UE non hanno fatto altrettanto. Invece si ostinano su futili pratiche dirigistes come gli sforzi idealisti compiuti dalla Francia per sostenere i “campioni nazionali” che a quanto pare non sono grandi abbastanza per andare avanti senza sussidi governativi.
C'è, comunque, un quarto fattore in azione che potrebbe essere costituito dalla verità economica che molti europei sono riluttanti ad affrontare: gli effetti logoranti della ricerca senza fine nell’Europa occidentale di una sicurezza economica duratura e di un’uguaglianza economica addirittura più profonda.
Nessuno desidera disperatamente l'insicurezza economica. Tuttavia, se lo scenario politico da la priorità alla sicurezza economica e alla riduzione delle disparità di ricchezza a scapito delle libertà economiche basilari e degli incentivi per creare ricchezza, ci si dovrebbe aspettare un basso livello di crescita economica e il declino della concorrenza internazionale. Anche se la maggior parte degli economisti sono in disaccordo su quando questo si verificherà, riconoscono che quando gli sforzi per la ridistribuzione della ricchezza raggiungono un certo livello, gli incentivi che ci permettono di essere creativi da un punto di vista economico iniziano a diminuire.
Nota: l’articolo originale Can't Face Economic Reality è apparso il 18 novembre 2011 su The American Spectator. La traduzione in italiano é dell’Istituto Acton.
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