Lo spirito del Natale e Copenaghen


La politicizzazione, abbastanza evidente, della scienza rivelata dal

Climategate,

unita alla buffoneria proprio ridicola e allarmista di alcuni ambientalismo (un termine che ha acquisito numerose sfumature di impegni dottrinali), non dovrebbe portare persone ragionevoli ad abbandonare un senso di obbligo morale e civile per la cura e il benessere del pianeta.

Il mondo che ci circonda e tutte le sue creature hanno gli esseri umani come loro difensori. La famiglia umana ha la chiamata primordiale di “coltivare e custodire il giardino”.

Adesso, la congettura sta oltre l’idea di questo mondo visto come giardino – da coltivare e gestire con cura, ragione e addirittura con amore – o meglio, come è stato dimostrato, la scorsa settimana a Copenaghen da alcuni di coloro che si sono riuniti alla conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, il mondo è visto come una giungla da lasciare incolta, non toccata dall’uomo, e tuttavia preservata senza macchia e incontaminata.

Nel vocabolario di troppi ambientalisti, gli esseri umani sono visti come la minaccia più grande contro la creazione, in un’era in cui la famiglia umana è vista come la cosa più anormale della natura.

Anche se siamo inclini a credere che, per esempio, gli animali (o la natura, in questo caso) hanno dei diritti, la questione su chi si giudica dei diritti nella giungla permane. Dopotutto, a chi si può rivolgere Bambi contro gli istinti predatori del leone di montagna?

Il mondo e le persone che lo abitano sono al centro della premura e dell’amore che si celebrano a Natale. L’antropologia dominante della Natività dice che la persona umana, creata a immagine del Creatore, e l’ambiente nel quale vive l’uomo, hanno un’importanza così suprema per il loro Creatore, che Egli scelse, nella pienezza del tempo, di entrare in questo mondo per riparare agli effetti del disordine nella creazione portato dalla ribellione dell’uomo contro l’ordine naturale e contro le sue origini.

Queste antropologia e cosmologia presuppongono che la creazione ha uno scopo, essendo stata progettata da una mente razionale che l’ha impregnate di significato. Chiediamoci cosa permette una maggiore protezione dell’ambiente: questa visione del mondo naturale che sostiene che l’ordine dell’universo rifletta l’intenzionalità di un Creatore che, a sua volta, affida gli esseri creati a Sua immagine la cura della Sua creazione e la prosperità della Terra attraverso la custodia dell’ambiente; oppure credere che il mondo risulti da una collisione casuale di forze materiali inanimate, che in qualche modo hanno prodotto esseri senza una dignità intrinseca e una vocazione prestigiosa a prendersi cura della creazione e a perfezionarla.

Se si comprendono i incompatibili approcci alla vita rappresentati da queste due idée, si può comprendere perché il rifiuto di un secolarismo nemico del trascendente è così critico, non solo per alcune ragioni “spirituali” astratte, ma per una cura concreta del nostro mondo e per la costruzione di una civiltà che non si basa su un assemblaggio di fatti, ma nel significato che c’è dietro i fatti.

Il Natale è proprio questo. Nelle narrazioni ascolteremo o leggeremo nelle nostre case e nelle nostre chiese (e purtroppo, sempre meno nei media) l’idea di un mondo di infinito valore per Dio, creato con amore e cura affidato alla famiglia umana per essere curato e per dare frutti. Questo è il messaggio che porta Dio entrando nella nostra storia umana sottoforma di un bambino vulnerabile, nato in un certo momento, in un certo posto, grazie ad un atto libero di una donna particolare. È la storia della Parola che ha creato il mondo, e che fu rifiutata da quel mondo.

L’incarnazione di Cristo sotto forma umana offre speranza e consolazione a tutti coloro “che dimoravano in tenebre e in ombra di morte”. È questa credenza che protegge, sostiene e da significato – al nostro ambiente e molto, molto più.

Com’é triste che quel messaggio non sia stato ascoltato a Copenhagen.