Cari amici dell’Istituto Acton,
Sono appena tornato da un viaggio dal sud della California, dove sono rimasto stupito dalla bellezza naturale di questo stato e dal disastro assoluto della sua politica e economia. È difficile credere che lo stato degli Stati Uniti con la maggiore popolazione sta perdendo più abitanti di quanti ne arrivano, ma è proprio così. Con la sua storia profondamente religiosa e insieme alla sua dipendenza dal turismo, la California assomiglia ad una versione moderna e meglio organizzata dell’Italia, con la Silicon Valley al posto delle province più prospere del nord della penisola. In molti modi, i problemi riscontrati in entrambi gli stati sono simili.
I visitatori della California e dell’Italia sono facilmente conquistati dal sole, dal mare, dai paesaggi, dal cibo e dal vino, dalle missioni e dai monasteri, tutte queste cose sono presenti ovunque, in gran numero e spesso sono di prima classe. Ce n’è abbastanza da soddisfare anima e corpo se si sa dove cercare. Ma è proprio questo il problema - è sempre più difficile separare il grano dalla pula. E la pula può essere descritta come il lento, lungo decadimento della cultura morale. Il marcio che si estende dal lassismo dei costumi sessuali pubblici e privati, all’aumento delle tasse e la regolamentazione e il fallimento dello stato sociale, e non si vedono segni di un’inversione di tendenza. E mentre il mondo è consapevole della crisi fiscale che investe la California e l’Italia, sono davvero molto pochi gli osservatori che sembrano disposti ad unire la morale al benessere economico della società. Ma qualcuno può davvero essere sorpreso che leader come Schwarzenegger e Berlusconi sono saliti al potere, hanno presieduto e hanno caratterizzato il recente declino di quelli che una volta erano grandi stati? Qualcuno può davvero essere sorpreso dal fatto che una cultura che idolizza l’adolescenza viene trattata come un bambino dello Stato invece di permetterle di gestire la sua vita liberamente e responsabilmente?
Viene raramente notato che questo declino può avere una dimensione religiosa. Sia in California che in Italia, luoghi ampi e diversificati sono gestiti e tenuti insieme grazie ai missionari cattolici e ai monasteri e la fede cristiana ha svolto un ruolo molto importante nella vita dei loro abitanti. Non sarebbe esagerato dire che il cristianesimo ha fornito l’identità dell’unità in California e in Italia - nel caso di quest’ultima, dall'epoca di Diocleziano fino al Risorgimento alla fine del XIX secolo. E mentre ci sono stati vari cambiamenti politici e sociali che hanno sminuito l’influenza del cristianesimo, è impossibile negare che c'è stata una generale crisi della fede tra i popoli nei loro rispettivi stati.
Il fatto di sminuire la fede cristiana e i suoi effetti sulla cultura morale, ovviamente, non si limitano alla California e all’Italia; questa situazione può essere riscontrata in gran parte dell’Europa Occidentale e dell’America del Nord. È stata anche uno spunto per Papa Benedetto XVI che nella recente Lettera Apostolica Porta Fidei chiede la commemorazione di un Anno della Fede, a partire dall’11 ottobre 2012 - non a caso cadrà nel 50 ° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II e nel 20 ° anniversario della pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica. Ecco come Benedetto descrive la situazione e come comportarsi al riguardo:
Fin dall’inizio del mio ministero come Successore di Pietro ho ricordato l’esigenza di riscoprire il cammino della fede per mettere in luce con sempre maggiore evidenza la gioia ed il rinnovato entusiasmo dell’incontro con Cristo. Nell’Omelia della santa Messa per l’inizio del pontificato dicevo: “La Chiesa nel suo insieme, ed i Pastori in essa, come Cristo devono mettersi in cammino, per condurre gli uomini fuori dal deserto, verso il luogo della vita, verso l’amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza”. Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato. Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone.
Non possiamo accettare che il sale diventi insipido e la luce sia tenuta nascosta (cfr Mt 5,13-16). Anche l’uomo di oggi può sentire di nuovo il bisogno di recarsi come la samaritana al pozzo per ascoltare Gesù, che invita a credere in Lui e ad attingere alla sua sorgente, zampillante di acqua viva (cfr Gv 4,14). Dobbiamo ritrovare il gusto di nutrirci della Parola di Dio, trasmessa dalla Chiesa in modo fedele, e del Pane della vita, offerti a sostegno di quanti sono suoi discepoli (cfr Gv 6,51). L’insegnamento di Gesù, infatti, risuona ancora ai nostri giorni con la stessa forza: “Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la via eterna” (Gv 6,27). L’interrogativo posto da quanti lo ascoltavano è lo stesso anche per noi oggi: “Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?” (Gv 6,28). Conosciamo la risposta di Gesù: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29). Credere in Gesù Cristo, dunque, è la via per poter giungere in modo definitivo alla salvezza.
Niente di tutto questo è sorprendente per coloro che hanno prestato attenzione a ciò che ha detto Benedetto, ma arriva in un momento straordinario e fornisce la soluzione non solo per la crisi della fede che sta affliggendo la Chiesa, ma forse spiega anche il declino politico, economico e sociale di stati come la California e l’Italia. Per quanto sconcertante questo possa sembrare ai progressisti laici, il recupero della fede cristiana può essere l’unica soluzione che hanno i contemporanei decadenti di trovare di nuovo la strada che li porti verso una società moralmente e economicamente prospera.
Diamo prima un’occhiata alla proposta di Benedetto XVI di riscoprire il vero significato del Concilio Vaticano II e vediamo cosa rappresenta per la Chiesa. Il Papa parla della crisi della fede come un’ignoranza diffusa sugli insegnamenti fondamentali della Chiesa a proposito dei cambiamenti sociali che si stavano verificando al tempo del Concilio e al conseguente errore di interpretazione degli obiettivi del Concilio. Il rimedio è quello di trovare il “giusto percorso per accedere alla ‘porta della fede’” (porta fidei) attraverso lo studio corretto dei documenti conciliari e del Catechismo. Non possiamo fare una professione di fede se non sappiamo che cosa insegna la fede.
L’Anno della Fede sarà lanciato proprio come il Sinodo Generale dei Vescovi si svolgerà sul tema della Nuova Evangelizzazione, e può quindi essere visto come una parte del piano più ampio di Benedetto XVI che mira alla ri-evangelizzazione del mondo occidentale. Naturalmente, non è un compito facile ma è di un’importanza vitale, per la gerarchia ecclesiastica e per tutti i fedeli, alcuni dei quali hanno cominciato già ad agire nelle loro famiglie, nei luoghi di lavoro e nelle loro comunità.
Di fronte al decadimento culturale, tuttavia, c’è la tentazione di ritirarsi in un guscio, cosa che comporta per i fedeli cattolici il pericolo di parlare solo tra loro senza produrre alcun effetto sulla cultura pubblica, un pericolo che esiste in misura minore in Italia che negli Stati Uniti, dove scuole e nuove università cattoliche sono più diffuse e attive. Il giornalista Russell Shaw descrive così tale problema:
Quando parlo dell’auspicio di una nuova sottocultura cattolica, non mi riferisco ad un ghetto che pensa solo a se stesso e dove pochi sono ammessi. Purtroppo, se ci guardiamo intorno i segni di una cosa del genere già si intravedono. È probabile che si diffonda se non si prendono dei provvedimenti per evitare che questo accada.
È qui che la nuova evangelizzazione entra in gioco. Essa fornisce logica e motivazione per i cattolici per concentrarsi su qualcosa che è sicuramente migliore di un ghetto cattolico - la creazione di una nuova, sottocultura cattolica americana dinamica specificamente progettata per essere una fonte di energia creativa per la predicazione del vangelo in lungo e in largo, con particolare attenzione agli ex cattolici e ai sedicenti cattolici che sono sull'orlo del precipizio.
Si tratta di chiedere un grande impegno, una sottocultura in grado di alimentare e sostenere un forte senso di identità cattolica, che non si soffermi troppo su se stessa. Si può fare? Nessuno sa veramente perché fino ad ora nessuno ci ha provato. L’evangelizzazione è la chiave. Nel frattempo, una cosa sembra certa: se non si può fare, o se non si cerca di farlo, la situazione della Chiesa Cattolica negli Stati Uniti rischia di diventare sempre più tormentata nei prossimi anni.
È notevole che, tra i leader del mondo, Papa Benedetto XVI sembra essere quello con la migliore comprensione del problema che ci troviamo ad affrontare e su alcune idee che ci possono permettere di uscirne. David P. Goldman, che scrive per Asia Times con lo pseudonimo di Spengler, ha detto, “l’alta cultura europea e la sua capacità di formare menti universali si era deteriorata in modo irreparabile, una delle ultime menti veramente universali dell’Europa appartiene al Papa ottantenne Benedetto XVI”. In una precedente occasione avevo scritto a proposito del suo appello alla Giornata Mondiale della Gioventù di diventare adulti e di crescere in Cristo; bene, nel suo recente Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, egli ci ricorda di prendere una pausa da tutti gli SMS e da Twitter. Chi altro avrebbe potuto scrivere qualcosa di paradossalmente vero nell’era dei social media come questo?
Il silenzio è parte integrante della comunicazione e senza di esso non esistono parole dense di contenuto. Nel silenzio ascoltiamo e conosciamo meglio noi stessi, nasce e si approfondisce il pensiero, comprendiamo con maggiore chiarezza ciò che desideriamo dire o ciò che ci attendiamo dall’altro, scegliamo come esprimerci. Tacendo si permette all’altra persona di parlare, di esprimere se stessa, e a noi di non rimanere legati, senza un opportuno confronto, soltanto alle nostre parole o alle nostre idee.
Si apre così uno spazio di ascolto reciproco e diventa possibile una relazione umana più piena. Nel silenzio, ad esempio, si colgono i momenti più autentici della comunicazione tra coloro che si amano: il gesto, l’espressione del volto, il corpo come segni che manifestano la persona. Nel silenzio parlano la gioia, le preoccupazioni, la sofferenza, che proprio in esso trovano una forma di espressione particolarmente intensa. Dal silenzio, dunque, deriva una comunicazione ancora più esigente, che chiama in causa la sensibilità e quella capacità di ascolto che spesso rivela la misura e la natura dei legami. Là dove i messaggi e l’informazione sono abbondanti, il silenzio diventa essenziale per discernere ciò che è importante da ciò che è inutile o accessorio. Una profonda riflessione ci aiuta a scoprire la relazione esistente tra avvenimenti che a prima vista sembrano slegati tra loro, a valutare, ad analizzare i messaggi; e ciò fa sì che si possano condividere opinioni ponderate e pertinenti, dando vita ad un’autentica conoscenza condivisa. Per questo è necessario creare un ambiente propizio, quasi una sorta di “ecosistema” che sappia equilibrare silenzio, parola, immagini e suoni.
Prendendo del tempo per fare silenzio, soprattutto tempo per la preghiera e per l’adorazione, sarà anche fondamentale per la nuova evangelizzazione e quindi per il rinnovamento della cultura morale. Sono tentato di lamentarmi ancora del decadimento della California e dell’Italia, ma non ho nulla di nuovo da dire, quindi seguirò il consiglio del Papa e starò zitto.
Cordiali saluti,

Kishore Jayabalan
Direttore
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