Cari amici dell’Istituto Acton,
Benvenuti alla nostra Newsletter di luglio-agosto 2011, alla quale abbiamo appena dato un nuovo nome, come pure a questa epistola introduttiva che ha un titolo ancora più allettante. Abbiamo unito questi due mesi in un’unica edizione estiva, perché, come la maggior parte se non tutti Voi già sapete, tutta l’Italia si ferma quasi completamente in questo periodo e non sarei un direttore molto saggio o apprezzato se non facessi come i romani e non chiudessi bottega.
Con gli italiani che stanno partendo per le spiagge o per la montagna, ci sono sempre meno persone in giro per protestare contro il piano di "austerità" approvato dal governo italiano qualche settimana fa. Se fosse un vero e proprio piano per ridurre le dimensioni e la portata dell’autorità governativa in economia, probabilmente sarei sceso io stesso in strada per gridare la mia approvazione. E la velocità con cui il governo italiano ha approvato il piano è stata ammirevole rispetto alla demagogia plateale dell'amministrazione Obama negli Stati Uniti. Ma quelli che hanno assistito all’"azione" del governo italiano in passato, hanno tutto il diritto di essere scettici a proposito di tale piano. L'unione monetaria europea è stata progettata per rendere i governi come l'Italia più disciplinati in materia fiscale, proprio perché, in passato, hanno affrontato le crisi di tipo fiscale semplicemente svalutando la moneta e pochi italiani sembravano ricordare la continua aggiunta di zeri alle loro lire.
Possiamo ritornare a quello stato apparente di beata ignoranza, che c’era in passato se il divario tra il credito e il debito dei membri dell’Eurozona continua a crescere. Ma per ora, sembra che ci sarà la riduzione della spesa pubblica e un deficit di proporzioni minori, ma non abbastanza perché l'economia italiana ritorni a crescere o abbastanza per evitare il declassamento dei titoli di Stato italiani. Non riesco a immaginare molti italiani che si preoccupano troppo del loro futuro, o comunque immagino che non si preoccupino come dovrebbero. Forse perché tanti sono in ferie con le loro famiglie, le stesse famiglie che hanno sempre potuto contare su quella cura e assistenza che gli europei sempre più dipendenti dal welfare, ormai richiesto come un "diritto" da parte dello Stato, come il nostro buon amico Frank Rocca ha notato in un recente articolo apparso sul Wall Street Journal. Anche se sottotitolato in modo strano e fuorviante, l'articolo di Rocca descrive i problemi che devono affrontare gli italiani sulla scia del crollo della natalità e delle famiglie meno numerose dove ci sono meno persone a prendersi cura gli uni degli altri. Non è chiaro come tagli al welfare danneggeranno un paese che tanto per cominciare non può fare realmente affidamento su quel sistema. Semmai, come continua a sottolineare il presidente della banca vaticana in ogni circostanza, la causa dei nostri problemi economici e finanziari è il crollo della famiglia, non la sua crescita. (Per favore, prendete nota, cari redattori del Wall Street Journal!). Tutte le intricate questioni del debito, i dati di bilancio e addirittura i tassi di crescita nascondono la causa principale: “Il problema è strutturale: se non ci sono abbastanza persone, non si lavora abbastanza e il tempo che nell’arco di una vita è occupato a lavorare non è abbastanza.”
Quindi, come leggiamo nella famosa frase del romanzo Il Gattopardo, gli italiani devono cambiare per permettere alle cose di restare così come sono. Ma si può davvero mantenere la dolce vita, senza un periodo di sei settimane di vacanza? Parteciperanno tutti alla corsa al successo che vediamo in Asia e in America, aumentando addirittura le ore di lavoro e avendo meno tempo per tutto il resto? Io per primo non sono convinto che ordinare agli italiani di lavorare sodo avrà l'effetto desiderato. Un filosofo tedesco che ha preferito la via italiana, nonostante o forse a causa della "morte di Dio", espressione che è diventata famosa, e il nichilismo che da essa derivava, era Friedrich Nietzsche, che si è rifiutato apertamente di adorare "il culto del lavoro" e lo trovava anti-religioso. Blaise Pascal, un cristiano più esemplare di Nietzsche, pensava, allo stesso modo, che la nostra ossessione per la distrazione derivava da una profonda riluttanza ad affrontare la nostra mortalità. Al ritmo attuale di crescita delle economie dell’Eurozona, contemplare la morte è la sola cosa che i giovani europei saranno in grado di fare. C'è, poi, una soluzione "europea" unica alla crisi attuale?
Forse un particolare stile di vita che ha avuto origine in Medio Oriente e sviluppato in Europa, sia passato che attuale, può servire da guida, un modo di vivere che Papa Benedetto XVI raccomanderà sicuramente di adottare alla Giornata Mondiale della Gioventù a Madrid questo mese di agosto, anche se, più di chiunque è consapevole dei pericoli passati e presenti che affronta e dovrà affrontare il continente. In seguito alla scomparsa di Otto von Habsburg, Padre Robert Sirico ha ricordato una conferenza tenuta nel mese di dicembre 2006 insieme a George Weigel e Jean-Yves Naudet. Nel video che accompagna l’articolo, possiamo vedere e ascoltare l'ultimo figlio dell'ultimo imperatore austro-ungarico che aveva poca nostalgia del passato e che dedicava le sue energie politiche e spirituali a far sì che l'Europa restasse sia cristiana e che libera. Una cara amica di Acton, lo storico d’arte Elizabeth Lev, ha scritto di recente un articolo meraviglioso, ricordando tutto quello che il papato ha fatto per la città di Roma e le orde di (spesso brontoloni, materialmente benestanti ma storicamente ignoranti) turisti che visitano la città in questo periodo dell'anno. Inoltre, un altro dei miei amici, Manuel de Teffé, regista e produttore di video musicali ha scritto a proposito della necessità del recupero di un’economia "relazionale". Ciascuno di questi esempi dimostra che ci sono ancora dei modi per i cristiani moderni di servire Dio e il prossimo, dei modi che possono costringerci, certamente a lavorare più ore, ma forse, cosa ancora più importante, possono farci comprendere meglio a cosa serve il lavoro. Con meno certezze sul mondo che ci guida e uno stato spesso ostile, come la cultura che ci circonda, l’esempio dei primi cristiani può essere più utile di quello di alcuni cristiani vissuti in epoche più recenti.
Tutti e tre gli articoli della newsletter di questo mese hanno qualcosa da dire sui problemi del lavoro nella nostra epoca, con due scritti di Samuel Gregg sullo strano "conservatorismo" della classe politica europea e dei giovani, e uno di Jeffrey Tucker sulla mancanza di rispetto e di apprezzamento per l'ordinaria attività commerciale con cui ha a che fare ogni giorno. Possano questi articoli predisporvi ad utilizzare il tempo di vacanza anche in modo che si possa tornare riposati e ispirati per le prove che ci attendono dal mese di settembre in poi. Chi lo sa, possiamo anche imparare che cosa fare con il vero tempo libero, quando ce l’abbiamo.

Kishore Jayabalan
Direttore
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