Da uno sguardo superficiale sulla società italiana emerge che la popolazione invecchia sempre più velocemente. È ormai un ricordo lontano la famiglia italiana composta da tre generazioni che trascorre lunghe e tranquille domeniche pranzando insieme.
Il 2 dicembre 2010, l’Istituto Acton, insieme al Pontificio Consiglio per la Famiglia, all’Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, all’Associazione Famiglia Domani, al Centro di Orientamento Politico, a Human Life International e a Health Care Italia, ha tenuto una conferenza di un giorno presso la Pontificia Università Lateranense per avere maggiore consapevolezza dei mutamenti che sono avvenuti in questi ultimi tempi in seno alla famiglia. La conferenza, dal titolo “La sfida imminente della cura etica degli anziani”, ha voluto concentrarsi sulla natura etica dell’assistenza agli anziani senza sottovalutare quegli aspetti d’ordine tecnico propri di una popolazione tra le più vecchie del mondo.
Applicando i principi dell’insegnamento sociale della Chiesa, quasi ogni relatore ha voluto sottolineare come le popolazioni anziane non sono di per sé un problema. I progressi nella medicina relativi alla salute della madre e del bambino hanno notevolmente contribuito ad aumentare le aspettative di vita e se consideriamo, come è giusto fare, la vita come un dono di Dio dovremmo con ragione essere contenti di tali progressi. Il fatto che la gente anziana possa condurre una vita attiva e felice è una benedizione per tutti noi. Sarebbe tuttavia un errore ignorare i cambiamenti sociali che si sono verificati e che si verificheranno nelle nostre società sempre più anziane. Come sarebbe imprudente pensare che queste nuove realtà non comportino anche conseguenze negative nel corpo sociale.
Nonostante la conferenza si sia concentrata sugli anziani e sul significato dell’aumento della durata della vita dovuto all’assistenza sanitaria e al grado di benessere raggiunto, è d’obbligo sottolineare che il motivo principale per cui abbiamo società anziane è legato al calo irreversibile delle nascite, che rende sempre meno numerosa la fascia d’età giovanile rispetto a quella degli ultra 65enni. Sua Eccellenza il vescovo Jean Laffitte, Segretario del Pontificio Consiglio per la Famiglia, ha spiegato come i tassi di natalità in calo colpiscano la nostra concezione di famiglia, la nostra vita sociale e tutti i problemi che ne derivano. Una delle più importanti statistiche presentate durante la conferenza è quella del prof. Philip Booth dell’Institute for Economic Affairs di Londra, che ha evidenziato che estrapolando gli attuali tassi di natalità gli italiani nel giro di qualche secolo risulteranno di qualche decine di unità. La presentazione di un fatto così sconvolgente implica la necessità di prendere coscienza del grande patrimonio degli italiani e della perdita che potrebbe essere generata dal tasso di natalità in calo e da popolazioni meno numerose. Senza italiani giovani chi si prenderà cura degli italiani anziani? Se gli italiani non esisteranno più chi vivrà in Italia?
Nelle società anziane sono più frequenti ovviamente tipi di malattie proprie della terza età, come l’artrite, la diminuzione della mobilità, la perdita del controllo del corpo e della mente e il morbo di Alzheimer. Quest’ultimo è stato discusso da esperti come il dott. Martin Bednar, direttore della ricerca clinica a Pfizer e il dott. Michael Hodin, direttore esecutivo della nuova Global Coalition on Aging. Nel suo intervento il dott. Bednar ha esaminato alcuni progressi medici compiuti nella cura dell’Alzheimer.
Dal punto di vista economico non è un caso che le economie sviluppate si stiano confrontando con le crisi del debito dovute ai mercati del lavoro rigidi che escludono i giovani dalla manodopera, dai sistemi pensionistici troppo generosi, dai contributi previdenziali e dai programmi di assistenza sociale che riducono i sistemi di sostegno personale e familiare, come hanno descritto durante la conferenza il prof Booth e il ricercatore Oskari Juurikkala dell’Università di Helsinki. Il crescente ruolo dello Stato in zone in cui la vita era prima gestita dalla famiglia, dai religiosi e dai volontari e da aziende private ci ha impoverito sia economicamente che spiritualmente.
In conclusione, mi chiedo se le sfide di una società di anziani siano più che altro legate al problema di come si debba affrontare l’inevitabile morte. Greg Hadley, che ha definito l’anzianità come la “fase autunnale della vita”, ha dato una commovente testimonianza delle tribolazioni dell’età adulta, quali la perdita del controllo del corpo e della mente e il vedere morire gli amici di una vita. Per quanti, come Hadley, credono nella vita eterna, la morte non rappresenta la fine ma semplicemente la penultima tappa del nostro viaggio, un viaggio che ci prepara alla vita in unione con Dio nostro Padre e creatore. Mentre la nostra vita sociale ed economica ha subito molti cambiamenti, la verità fondamentale della nostra esistenza rimane immutata.
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