Lavoro, maledizione e grazia comune


Che gli esseri umani sono stati creati per essere creatori e per lavorare è innegabile. Il concetto antropologico dell'homo faber, l'uomo artefice, afferma l’aspetto fondamentale di cosa vuol dire essere umani. Dal punto di vista cristiano, noi professiamo che gli esseri umani fanno le cose in modo da imitare il loro Creatore. Mentre Dio crea “dal nulla” (ex nihilo) e poi ordina e dispone tutto, noi creiamo come possono farlo le creature, con azioni che dipendono da atti primari della creazione di Dio. Tutto questo è una realtà dell’essere umano, ed è bene che sia così.

Ma già dalla caduta dell’uomo nel peccato, il lavoro è stato dolce-amaro. Questo aspetto negativo del lavoro ci viene comunicato nella narrazione biblica, sotto forma di maledizione. Poiché Dio dice ad Adamo: “Maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l'erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!”. (Genesi 3,17-19). In quanto creature cadute non possiamo più relazionarci con il mondo che ci circonda, il mondo delle piante, degli animali, degli esseri umani o con le verità spirituali, come facevano prima.

Così, da una parte, il lavoro è un bene creato fondamentale che Dio ci ha dato per soddisfare le nostre esigenze temporali e modellare le nostre anime in obbedienza disciplinata. Ma, d'altra parte, il lavoro diventa spesso faticoso, difficile, monotono, ripetitivo e insoddisfacente. Questa insoddisfazione crea in noi un senso profondo e costante di consapevolezza che le cose non vanno come dovrebbero andare. Come si legge nel libro dell’Ecclesiastico, Dio ha “messo la nozione dell'eternità nel loro cuore”, in maniera tale che le cose di questo mondo spesso quasi svaniscono in paragone con la nostra attrazione verso le cose spirituali (Qoelet 3,11). Ci immaginiamo, crediamo, speriamo che ci deve essere un mondo migliore.

Troviamo questo senso di desolazione in qualcosa di comune come la pesca. Un pescatore veterano, Ed Patnode, in un racconto alla Michigan Radio la scorsa estate sulle sfide che attendono il settore della pesca nello Stato, ha riflettuto sul fatto che “saremmo ricchi se potessimo attingere dalla mente di un pesce”. A volte sembra che ai pesci piace un particolare colore di esca e se fosse possibile “che i pesci parlassero, potrebbero dirci perché gli piace il rosa, o quali giorni andranno a mordere l’esca rosa, e quali altri fattori influenzano la loro decisione di mordere proprio oggi quella rosa, la pesca sarebbe molto più facile”. La nozione di Patnode è che le sfide della pesca potrebbero essere superate se potessimo capire cosa “pensano” i pesci, tale teoria sembra puntare sulla possibilità che gli esseri umani una volta, e forse accadrà ancora, si relazionavano al resto del mondo in modo da percepisce come funzionano davvero le cose.

E così, mentre viviamo un'esistenza segnata dalla maledizione, viviamo ancora. Siamo ancora in grado di lavorare, anche se il lavoro è più problematico e difficile di quanto sarebbe stato in circostanze differenti. Il teologo e statista olandese Abraham Kuyper descrive questa dinamica tra le cose imperfette ma ancora buone nella sua dottrina della “grazia comune”. Si tratta di un'idea che ha ottenuto una rinnovata attenzione con la pubblicazione in inglese di porzioni della sua opus magnum sull'argomento. In Wisdom & Wonder: Common Grace in Science & Art, (N.d.T. “Sagezza e meraviglia: la grazia comune nella scienza e nell’arte”) Kuyper scrive che, dopo la caduta, “possiamo arrivare alla conoscenza delle cose solo con l'osservazione e l’analisi. Ma in Paradiso non era così”. Prima della caduta si legge che Adamo “ha dato un nome” agli animali, da questo dovremmo capire che “Adamo ha percepito subito l’indole di ciascun animale, dandogli un nome che corrisponde a tale indole”.

Tuttavia, oggi le cose sono molto diverse, come vediamo nel caso di Ed Patnode e di altri pescatori, o di qualsiasi professionista che ha a che fare quotidianamente con il mondo della natura. Kuyper scrive: “se vogliamo imparare a comprendere una pianta o un animale, allora dobbiamo osservare attentamente questo animale e questa pianta per lungo tempo e in base a quello che osserviamo gradualmente, si traggono le conclusioni circa la loro indole. Ciò si verifica indipendentemente dal fatto che noi impariamo a capire o meno la loro essenza.” Infatti, dice Kuyper, “per noi anche i loro istinti sono ancora un enigma del tutto irrisolto”, finché non sapremo cosa realmente porta la trota di lago a preferire esche rosa a quelle verdi o arancioni in un dato giorno.

In questo modo la routine quotidiana del lavoro non solo ci ricorda ciò che abbiamo perso ma ci dice anche quanto siamo ancora fortunati. Ci ricorda che tra le ferite e la cecità del peccato, Dio non ha abbandonato questo mondo. E quindi all’uomo, con il suo modo di agire limitato e spesso ribelle, viene chiesto: “Tutto ciò che trovi da fare, fallo finché ne sei in grado” (Qoelet. 9,10). Questa è la natura della nostra “sorte nella vita” e “nelle pene che soffriamo sotto il sole” (Qoelet. 9,9) fino al momento in cui “conosceremo pienamente” la portata della grazia redentrice di Dio.

Nota: l’articolo originale Work, the Curse, and Com mon Grace è stato pubblicato sul nostro sito il 09 novembre 2011.