Lavoro e preghiera: le parabole della moneta, della pecora e dell’uomo perduti.


Una delle storie più famose della Bibbia è la parabola del “figlio prodigo”, che è stata raccontata e tramandata dai genitori attraverso le culture e i tempi. La trama di base della storia è semplice: un giovane ribelle va via da casa alla ricerca di piaceri mondani e dopo aver sprecato i soldi di suo padre e aver rovinato la reputazione del suo genitore, alla fine torna a casa, facendo un atto di umiltà e ricevendo un gioioso benvenuto. I biblisti, di solito, sottolineano che questa parabola appare in relazione con altre due storie nel Vangelo di Luca capitolo 15, quelle della “moneta perduta” e della “pecora smarrita”.

Le similitudini nelle storie sono, infatti, abbastanza sorprendenti e come notano i biblisti, vale la pena cercare di capirle. Ma tra le similitudini significative delle storie, ci sono anche differenze importanti che forniscono alcune fondamentali intuizioni bibliche che riguardano la buona amministrazione dei beni da parte dell’uomo, in particolare la nostra interazione con il mondo materiale, la vita animale e gli altri esseri umani.

Così bisogna leggere entrambe le storie e bisogna capire come Gesù risponde all’accusa dei farisei: “costui riceve i peccatori e mangia con loro”, (Luca 15,2). In ogni storia, colui che ha perso qualcosa svolge il ruolo di Dio, che ha “perso” qualcosa a lui caro. La pecora, la moneta e il figlio rappresentano il popolo di Dio che ha perso la retta via. Quelli che si sono persi sono i “peccatori” che Gesù accoglie. Mentre coloro che perdono le cose in queste storie rappresentano principalmente Dio, le azioni di questi personaggi aiutano a fare luce sul comportamento che devono tenere gli esseri umani in quanto portano dentro di loro l’immagine di Dio.

“...questo vostro fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.

In una storia (che in realtà è la seconda delle tre parabole), Gesù descrive un caso in cui una donna perde una delle sue dieci monete d'argento. Agisce rapidamente, accendendo una lampada, spazzando la casa e cercandola "attentamente finché non la ritrova" (Luca 15,8). In questo caso, quello che si perde è una “moneta”, una dracma greca che equivale all’incirca ad una giornata di salario. La donna è colei che “perde” la moneta. La moneta, in questa storia non fa nessuna azione e in quanto oggetto materiale che è impersonale e inanimato. La moneta è passiva, subisce l'azione della storia. La donna perde la moneta, accende una lampada, spazza la casa, cerca con cura e trova la moneta, quest’ultima è persa e ritrovata.

In un’altra storia (quella che Gesù racconta per prima), un pastore “ha cento pecore e ne perde una”, (Luca 15,4). Ancora una volta al centro dell’azione c’è il pastore (che Gesù identifica direttamente con chi lo sta ascoltando: “supponiamo che ogn’uno di voi ha cento pecore...”). La pecora presumibilmente si allontana, ma dopo tutto si tratta solo di un animale e quindi qualcosa di impersonale. Anche se, in un certo senso gli animali sono da intendersi come attivi, l’azione ha comunque un senso impersonale, in modo che l'azione è in ultima analisi, attribuita al pastore. Il pastore perde una delle pecore, lascia le novantanove, segue la pecorella smarrita, la trova, la mette sulle sue spalle e ritorna a casa.

Ma la storia finale, quella del figlio prodigo (o per meglio dire, tracciando il legame che ha con le altre storie, quella del “figlio perduto”), è molto più complessa delle altre due. Ci sono più personaggi. L'azione è dispersiva, nel senso che l’azione non è semplicemente attribuibile a chi ha perso qualcosa. In realtà, in contrasto con le altre due storie, chi guida l'azione della storia è il figlio piuttosto che il padre. Considerando che la donna perde la moneta e il pastore perde la pecora, in questa storia finale il figlio “raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto”, (Luca 15,13). A dire il vero, è il padre che ha perso il figlio. Ma l'attenzione è rivolta all'azione personale del figlio, piuttosto che a quella del padre.

Possiamo immaginare cosa questo ha significato per il padre. Possiamo presumere che egli ha cresciuto suo figlio nel timore del Signore, che ha istruito suo figlio “secondo la via da seguire”, nella speranza che “neppure da vecchio se ne allontanerà” (Proverbi 22,6). Ma quando suo figlio richiede la sua eredità e va via di casa, il padre sembra non fare nulla. Non si rifiuta né di dare al figlio ciò che gli chiede né gli impedisce di partire. Il testo non lo dice esplicitamente, ma possiamo presumere ancora una volta che mentre il figlio è nel mondo vivendo da dissoluto, il padre è a casa, si prende cura della sua famiglia e prega con diligenza per il ritorno del figlio. Sappiamo che il padre ha questa speranza, perché una volta che il figlio decide di tornare a casa, “quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro” (Luca 15,20). Una volta che il figlio prende l’iniziativa (levarsi e andare da suo padre), il padre agisce: corre verso suo figlio, lo abbraccia, lo bacia e da ordini per una festa in nome del figlio.

Il contrasto tra la storia del figlio perduto e le parabole della pecora smarrita e della moneta perduta colpiscono proprio per questo aspetto. Nel caso del rapporto umano con oggetti materiali come monete e soggetti impersonali come gli animali, le storie legano il modo di agire secondo morale solamente agli esseri umani che agiscono nella storia. La donna e il pastore perdono i loro beni e agiscono diligentemente per ritrovarli. Ma, quando nella storia sono rappresentate le relazioni umane, si sottolinea il modo di agire secondo la morale di ogni persona coinvolta nella storia (compreso il figlio maggiore, che è spesso sottovalutato e di cui non si può trattare adeguatamente in questa sede). Il padre perde definitivamente il suo figlio, ma il suo impegno nel ritrovarlo è limitato a mezzi che non comportano un’azione attiva, bensì passiva. Egli deve diligentemente pregare e aspettare.

Leggere contemporaneamente queste tre storie ci insegna molte cose sulla natura dell'amore di Dio per noi, un amore che ci ha fatto ritrovare la strada quando eravamo pesi, “mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”, (Romani 5,8). Ma le storie forniscono anche dei modelli per il modo in cui dovremmo metterci in relazione con i diversi aspetti dell’ordine creato da Dio, dall’aspetto materiale, a quello che riguarda gli animali, a quello che riguarda i rapporti con gli esseri umani. In ogni tipo di rapporto, gli esseri umani hanno un ruolo preciso da svolgere. In alcuni casi siamo chiamati a lavorare attivamente per raggiungere gli scopi di Dio nel mondo. In altri casi, per il rispetto della libertà umana e della sovranità individuale, dobbiamo impegnarci nella ricerca attiva delle cose perse di questo mondo con mezzi meno diretti.

In un breve saggio sul rapporto tra lavoro e preghiera, C.S. Lewis fa riferimento alla continuità notevole che intercorre tra i due e su come la preghiera sia, a suo modo, un’appropriata forma di ricerca attiva. Come scrive Lewis a proposito del lavoro e della preghiera, Dio “ha dato a noi, piccole creature la dignità di poter contribuire al corso degli eventi in due modi diversi”. Rispetto alla realtà prevalentemente materiale, come nel caso delle monete e delle pecore, siamo in grado di lavorare o “agire per queste cose, per questo siamo in grado di disinteressarci dei nostri simili e curarli o ammazzarli”. Ma rispetto alle realtà spirituali, noi esercitiamo un diverso tipo di causalità dell’ordine naturale, quello della preghiera, i cui risultati non sono sempre prevedibili come nell'ordine fisico: “non perché la preghiera sia un tipo di casualità più debole, ma perché al contrario è più forte. Quando ‘funziona’ essa agisce senza limiti di spazio e tempo”.

In queste parabole di monete, pecore e uomini perduti vediamo modellata a grandi linee la serie di causalità umane, dal lavoro alla preghiera. Questi, infatti, sono i due modi fondamentali che Dio ha istituito per realizzare i suoi scopi in tutto il mondo attraverso gli esseri umani. In queste storie, troviamo che lavorare e pregare per trovare le cose perdute del mondo sono elementi fondamentali e così facendo saremo buoni amministratori dei beni ed esseri umani che portano dentro di se l’immagine di Dio.

Nota: l’articolo originale Work and Prayer: Of Coins, Sheep, and Men è stato pubblicato sul nostro sito il 7 settembre 2011.