La scienza della custodia: peccato, sostenibilità e OGM


L’altra faccia della medaglia delle preoccupazioni per il clima della terra e per la sostenibilità globale è quello dell’angoscia per la crescita della popolazione. E in particolare il caso in cui queste questioni sono in conflitto con il problema dell’alimentazione. La produzione di cibo sulla terra può soddisfare e stare al passo con una popolazione mondiale che supererà gli 8 miliardi di abitanti nel 2020 e i 9 miliardi nel 2030? In un recente articolo della rivista

Science

è stata presa in considerazione la sfida di nutrire in modo sostenibile la nuova generazione di abitanti. Così gli autori hanno presentato il problema:

Il mondo deve affrontare una triplice sfida: uguagliare la domanda di cibo, che cambia rapidamente, di una popolazione che vive nel benessere all’offerta; fare ciò in un modo socialmente sostenibile; assicurarsi che i più poveri del mondo non abbiano più fame. Questa sfida richiede un cambiamento dei modi in cui il cibo viene prodotto, immagazzinato, conservato, distribuito e il modo di accedere ad esso. Tali cambiamenti devono essere tanto radicali quanto quelli avvenuti durante la Rivoluzione Industriale e Agricola del XVII e XIV secolo e della Rivoluzione Ambientale del XX secolo. L’aumento della produzione avrà un ruolo molto importante che sarà limitato, come mai prima d’ora, dalle limitate risorse del suolo, degli oceani e dell’atmosfera.

Si tratta di questioni importanti che sfidano le analisi semplicistiche. Ma un aspetto di questa sfida alla popolazione e alla sostenibilità, universalmente riconosciuta, è il bisogno di aumentare la produzione del raccolto su un suolo coltivabile limitato e di dimensioni ridotte. In prima linea, per sostenere questi sforzi ci sono soprattutto le aziende che si dedicano ad alterare il raccolto per accentuarne le caratteristiche che lo rendono più appetitoso, attraverso la modificazione genetica.

Questo è uno dei motivi per cui il gigante dell’agricoltura Monsanto è stato recentemente eletto, dalla rivista Forbes, azienda dell’anno. Robert Langreth e Matthew Herper hanno scritto: “Unendo l’allevamento tradizionale all’ingegneria genetica, lo scopo di Monsanto è quello di produrre più cibo con meno denaro e utilizzando la stessa quantità di terreno.”

Secondo l’Amministratore Delegato della Monsanto, Hugh Grant, questi metodi tradizionali “permettono agli agronomi di creare centinaia di varietà di semi adatte ai diversi suoli e climi. Il preventivo di Monsanto per la ricerca è ugualmente suddiviso in ingegneria genetica e allevamento tradizionale.” Secondo quanto riferito da Langreth e Herper: “Se abbiamo a disposizione una biotecnologia davvero eccezionale e una gamma di semi straordinaria, il raccolto sarà mediocre.” Grant ha detto, “Quello che fa l’ingegneria genetica è proteggere questa produzione programmata in partenza.”

Per i cristiani, quando si parla di custodia della terra, sorgono degli interrogativi morali a proposito della validità delle modificazioni genetiche delle creature. Nella descrizione biblica, Dio pose gli esseri umani creati a sua immagine a dominare la terra in quanto custodi delle risorse naturali, incluse le piante e gli animali. Dio pose Adamo nel giardino dell’Eden “perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gen. 2,15).

Tuttavia, con la caduta nel peccato, le relazioni create furono sconvolte, rovinate dall’inimicizia e dalla sofferenza. Una parte delle conseguenze dei peccati dell’uomo è la difficoltà di coltivare la terra nel mondo caduto: “Maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l'erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!" (Gen. 3,17-19)

È nel contesto di questo mondo corrotto dal peccato e dalla morte che regnano la carestia e la fame. La fame, la povertà e la malattia rimarranno, finché vivremo in questo mondo di peccato (Mat. 26,11). Ma in quanto custodi della creazione di Dio, gli esseri umani sono chiamati a operare per mitigare gli effetti del peccato dov’è possibile.

Quindi nell’ambito dell’agricoltura e dell’alimentazione, la chiamata a far fruttare la terra comincia dalla creazione per arrivare fino al nostro mondo caduto. Gli sforzi per minimizzare gli effetti della maledizione sulle nostre vite ci fa correre il rischio di aggravare la nostra offesa a Dio se perdiamo di vista la nostra responsabilità di custodi mettendo in evidenza le nostre libertà di tiranni indipendenti.

Così la nostra custodia deve prendere forma in termini di obbedienza alla volontà di Dio. Come il teologo biblico Eugene F. Roop scrive nella NIV Stewardship Study Bible: “Mentre tutte le cose sono virtualmente possibili nel Giardino dell’Eden, non tutte le cose sono benefiche e alcune cose non sono permesse. Tuttavia, noi siamo veramente liberi.” Siamo liberi di utilizzare la terra per il bene o per il male.

Così, la descrizione biblica rende chiaro che le piante ci furono date con “l’alito della vita” per trarne sussistenza per le creature del mondo, inclusi gli esseri umani (Gen. 1,29-30). Quindi, in quanto custodi della creazione di Dio abbiamo un’ampia visione, come sottolinea Roop, per continuare a “trovare nuovi modi per dare nuova vita al suolo.” Sembra che aumentare la produzione del raccolto con nuove tecnologie all’avanguardia, come la modificazione genetica, sia possibile nei confini della libertà ordinata di Dio per la custodia dell’essere umano.

Un punto di vista ristretto della custodia è quello di riconoscere che siamo solo coloro che si prendono cura della creazione e siamo chiamati ad un compito importante; tuttavia fare un nuovo cielo e una nuova terra dipende dal potere di Dio. Mentre produrre più cibo per gli abitanti della terra non sradicherà il problema della fame, almeno non prima del ritorno di Cristo, in questo caso, i nostri sforzi possono essere visti come riflessioni confuse e vaghe sulla nuova creazione. Con le leggi di Dio manifestate nel paradiso arriveremo al giorno in cui l’Albero della Vita darà i suoi frutti e “non vi sarà più maledizione” (Ap. 22,3).