Una forma di negazione ancora più grande delle cause del collasso finanziario europeo.
Se esiste una sola parola che riassume la risposta di molti europei alla crisi finanziaria, è “negazione”. Come testimonianza di tutto ciò abbiamo la descrizione dei redattori del quotidiano francese autorevole Le Monde, dove leggiamo che la Francia, il 13 gennaio ha subìto un declassamento del credito secondo l’indice S&P (Standard and Poor – ndt) come un “non-événement financier”. Il fatto è che questo “non-evento” aumenterà gli oneri finanziari per la Francia (per non parlare di quelli del fondo di salvataggio della stessa UE) nel momento in cui il governo francese sta già lottando per contenere la spesa pubblica questo piccolo dettaglio sembra essere sfuggito all’attenzione di Le Monde.
Una tale abitudine di ignorare la realtà, tuttavia, va oltre queste reazioni limitate a cui assistiamo di tanto in tanto. Essa si riflette anche nell’incapacità che si riscontra in molti europei di riconoscere alcune delle dinamiche più profonde che guidano la crisi.
Parlando in tali termini, la maggior parte di noi penserà agli Stati europei e ai loro programmi di welfare insostenibili e ad altre navi che stanno per affondare, a cui molti europei si attaccano come patelle. Ma c’è un elemento al lavoro dietro questa crisi europea che ancora pochi abitanti del Continente riconoscono apertamente: le forze economiche messe in moto verso l’implosione della popolazione.
I reali dati demografici relativi alla popolazione europea mostrano una tendenza evidente. Il livello di sostituzione di una popolazione (quello che la mantiene stabile) è un tasso di fertilità di 2,1 figli per donna. Secondo le Nazioni Unite, la media del tasso di fertilità delle donne europee era 1,53 tra il 2005 e il 2010. I dati di Grecia (1,46), Spagna (1,41), Portogallo (1,36), Italia (1,38) e Germania (1,36) sono stati particolarmente decrescenti. Francia (1,97), Gran Bretagna (1,83) e Svezia (1,9) hanno registrato dati leggermente migliori. Solo l’Irlanda è riuscita a raggiungere la soglia di 2,1. Tutti questi dati mostrano il calo rispetto ai tassi dal 1955 al 1960: Grecia (2,27), Spagna (2,7), Portogallo (3.29), Italia (2,29), Germania (2,3), Francia (2,7), Gran Bretagna (2.49), Svezia (2,23) e Irlanda (3.58).
Questi sviluppi significano un aumento di persone più vecchie, molto meno giovani e, infine, una popolazione in calo. Ma, in questo caso si sposta anche ciò che viene chiamato “il tasso di dipendenza”: il tasso di pensionati per ogni membro della forza lavoro. Secondo alcuni dati, Italia, Spagna e Germania avranno tassi di dipendenza molto alti entro il 2050: due lavoratori sosterranno un solo pensionato. Coloro che lavorano dovranno anche pagare più contributi o tasse più alte per finanziare i sistemi pensionistici esistenti.
L’attuale situazione è ulteriormente aggravata da un’altra inquietante tendenza: l’esodo crescente di decine di migliaia di giovani cittadini europei in cerca di lavoro in America Latina, Nord America e Asia. Allo stesso modo, centinaia di migliaia di giovani immigrati verso l’UE, provenienti dai Paesi in Via di Sviluppo, stanno ritornando a casa. Le probabilità che molti torneranno in Europa in un prossimo futuro sono ridotte.
Questa situazione ha permesso agli europei di rendersi conto della necessità delle riforme del mercato del lavoro e del welfare, anche perché i Paesi che hanno affrontato la crisi meglio di altri (ad esempio, Germania e Svezia) hanno effettivamente messo in atto tali cambiamenti negli anni 2000. Convincere gli europei di parlare pubblicamente delle tendenze demografiche del Continente e delle loro conseguenze economiche, però, è una questione diversa
Perché? Una ragione sta nel fatto che molti europei sono stati a lungo in balia del vangelo della sovrappopolazione. Molto prima che The Population Bomb (1968) di Paul Erhlich – descrivesse uno scenario apocalittico di un mondo futuro devastato da carestie, malattie di massa e tensioni sociali, scatenate dalla sovrappopolazione, cosa che non si è mai verificata – numerosi economisti europei avevano sostenuto tale tesi.
Nel 1798, il vicario anglicano e uno dei primi economisti moderni, Thomas Malthus, pubblicò Essay on the Principle of Population. In questo saggio sosteneva che questa crescita della popolazione avrebbe comportato un aumento della forza lavoro. Il risultato, Malthus ha insistito, porterebbe a salari più bassi e quindi alla povertà di massa. “Il potere della popolazione”, ha affermato, “è così superiore al potere della terra di produrre ciò che permette la sussistenza dell’uomo, che la morte prematura deve in un modo o nell’altro visitare la razza umana”. Un altro filosofo ed economista inglese, John Stuart Mill, era così convinto delle teorie maltusiane che ha effettivamente passato del tempo nei parchi di Londra a distribuire degli opuscoli che presentavano il tema dei metodi contraccettivi a spettatori stupefatti.
Dal XX secolo, erano all’opera un sacco di altri eminenti economisti europei. Tra questi troviamo Knut Wicksell, uno svedese le cui idee hanno fortemente influenzato scuole di pensiero economiche di ideologie differenti, sostenendo a gran voce i benefici economici dello spopolamento. Allo stesso modo l’economista tedesco Wilhelm Röpke ha evocato visioni di un mondo infestato da masse chiassose almeno che i tassi di natalità non si fossero drasticamente ridotti. (Stranamente, John Maynard Keynes è stato uno dei pochi economisti ad abbandonare le sue prime idee maltusiane e sostenne- davanti alla Società Eugenetica Britannica addirittura! -che la crescita della popolazione ha contribuito a creare la domanda e quindi alimenta la prosperità).
Ma non sono solo gli economisti che hanno diffuso idee conto la natalità. Per decenni, i governi europei stanno estendendo i programmi di controllo della popolazione sui Paesi in Via di Sviluppo (tra questi programmi c’è quello di costringerli a legalizzare l’aborto) rendendo questi Paesi, con l’adozione di tali politiche, dipendenti dagli aiuti statali dall’estero. Questa situazione sa un po’ di “neo-colonialismo”.
Poi c’è il teologo svizzero Hans Küng, che – come intrappolato negli anni ‘70 – ha sostenuto nel 2010 che l’insegnamento della Chiesa Cattolica sulla contraccezione facilitava la “sovrappopolazione”. E, come al solito, abbiamo gli ambientalisti che sostengono categoricamente che la crescita della popolazione sta mettendo a rischio il futuro del pianeta.
Infine, la portata attuale della crisi economica europea può, tuttavia, lasciare spazio a quegli europei che ancora non sono stati convinti dalla disciplina neo-maltusiana ad appoggiare tali questioni. Uno di questi è Ettore Gotti Tedeschi, l’economista italiano che dirige l’Istituto per le Opere di Religione (diversamente conosciuto come “La Banca Vaticana”).
Articolo dopo articolo, Tedeschi ha osservato che l’invecchiamento e il calo della popolazione europea implicano non solo la riduzione della domanda, ma anche oneri fiscali maggiori per i giovani e per i lavoratori. La conseguente contrazione del reddito disponibile scoraggia le donne in età fertile ad avere più figli. Questo a sua volta restringe gradualmente il rapporto di dipendenza, creando tensioni addirittura maggiori per i Paesi con vasti sistemi di welfare già traballanti e per la base imponibile già sovraccarica.
Così, oltre alla riduzione del disavanzo e alle questioni della riforma del welfare, forse il più grande test a lungo termine per l’Europa è quello di rompere il circolo vizioso alimentato dall’invecchiamento e dal calo della popolazione che potrebbe peggiorare il futuro fiscale per i giovani europei che presenta previsioni già abbastanza negative. Ma ciò richiederà a molti europei qualcosa che trovano ancora più difficile della riduzione progressiva dei programmi di welfare. Farla finita, cioè, con il tabù del politicamente corretto che attualmente soffoca qualunque discussione obiettiva sulle sfide demografiche che deve affrontare l’Europa e ammettere i propri errori di calcolo dell’economia demografica.
Ho i miei dubbi.
Nota: l’articolo originale Europe in Demographic Denial è apparso su The American Spectator il 20 gennaio 2012. La traduzione è dell’Istituto Acton.
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