L’indipendenza delle associazioni caritatevoli americane ha vissuto un lento declino negli ultimi anni, al punto che sempre più istituzioni filantropiche hanno finito per vedere la loro missione come una partnership o una collaborazione con il governo. Questo è un modo diplomatico per dire che “cercano i soldini del governo”. Oggi, nel bel mezzo di una grave crisi economica e di tagli ai bilanci sia a livello locale che statale, molte associazioni caritatevoli sono nel panico a causa della riduzione dei finanziamenti. Chi aveva gli aperti poteva, comunque prevedere tutto ciò.
Un recente articolo del Chronicle of Philanthropy parla della crisi finanziaria in California “le associazioni caritatevoli erano preparate ai seri tagli ai servizi sociali e al sistema sanitario”. A Chicago, un manager di una casa di affido ha dichiarato di non aver mai tratto vantaggio da cose del genere.
La dipendenza crescente di molte associazioni caritatevoli dal sostegno statale è diventata più forte a causa dei finanziamenti da parte dei governi federali, in molte delle precedenti amministrazioni, a favore di associazioni caritatevoli, per la gestione di programmi di servizi sociali. Secondo i sostenitori, questi finanziamenti forniscono ai privati le risorse di cui hanno bisogno per fare delle opere di bene - solo con un piccolo aiuto extra da parte del governo. Ma a quale prezzo?
Temo che i finanziamenti federali abbiano trasformato leader filantropici in cercatori di fondi, gestori di contratti e lobbisti. I politici, dal canto loro, stanno scegliendo i vincitori e i perdenti basandosi su calcoli a loro vantaggio, utilizzati nelle negoziazioni finanziarie. Il risultato è una co-dipendenza complessa dei manager delle associazioni caritatevoli, dai politici, e dai burocrati, che lavorano tutti insieme per un’entità quasi – governativa nota come “iniziativa pubblico-privata”.
Brillanti funzionari e burocrati sanno bene che il settore delle associazioni caritatevoli che dipendono dal Tesoro possono anche essere un forte e utile alleato quando è il momento di chiedere la restituzione di favori. Secondo il Fiscal Policy Institute, il numero degli abitanti impiegati ala città New York nel settore dell’arte, della sanità, e nelle agenzie di servizi sociali è di circa 500.000 con un totale di 19.7 miliardi di dollari di stipendi pagati. Immaginate di mobilitare queste persone per fini politici. Ne dubitate? Ne sono testimonianza le recenti critiche del National Endowment for the Arts (agenzia federale statunitense responsabile dei finanziamenti di progetti artistici e dei beni culturali –ndt) che l’amministrazione Obama usava per scopi politici.
Ci siamo allontanati dalla tradizione americana di far riferimento prima di tutto all’iniziativa indipendente locale per affrontare i problemi sociali. Mi piace ricordare le osservazioni di Tocqueville, nel suo libro del 1840 Democracy in America, sulla concentrazione locale intensa negli aspetti sociali e politici della vita. Lui scrisse: “Quello che mi lascia più perplesso negli Stai Uniti, non è tanto la grandezza meravigliosa di alcune imprese, quanto l’innumerevole moltitudine di piccole imprese”. Tocqueville aveva forse previsto con quanto entusiasmo, oggi, molti americani si arruolano in qualunque eroico progetto che parte da Washington per “ristrutturare” il Paese?
La dipendenza crescente dai favori del governo per le attività delle associazioni caritatevoli non concorda con il grande comandamento che seguiamo in quanto cristiani, cioè di amare Dio e il nostro prossimo “come te stesso” (Matteo 22.37 – 40). Dobbiamo seguire questo comandamento senza esitazioni. Che non ci richiede di cercare soprattutto l’esenzione fiscale non profit, un sussidio statale, o un premio dal sindaco. Sicuramente la storia della filantropia cristiana, che risale ai tempi degli Apostoli, mostra un modo di agire incredibilmente disinteressato – che non dipende dall’imperatore o dal re - nell’istituzione di orfanotrofi, ospedali, ospizi, e mense per i poveri grazie a donazioni private motivate solo dall’amore per il prossimo.
Quello che oggi abbiamo perso di vista è che quasi tutta la filantropia si basa su donazioni di privati. Anche negli ultimi anni, alcuni legislatori hanno operato per imporre limiti legali più severi sulle associazioni caritatevoli, aumentando le lungaggini burocratiche, aumentando la necessità di informazioni, e addirittura suggerendo che lo status di esenzione fiscale per gli enti non profit sono indice di qualità di “ente pubblico” E come se non bastasse, il Senatore John Kerry e Jay Rockefeller stanno sostenendo la proposta di mettere un tetto sulle deduzioni agli americani che appartengono alla fascia fiscale che supera il 35% L’amministrazione Obama vuole portare questo tetto al 28%.
Si presenta un duplice problema: limitare le tasse deducibili in modo tale che gli americani possano aiutare le associazioni caritatevoli e allo stesso tempo renderle ancora più dipendenti da politici e burocrati.
Nella lettera del 23 settembre al Presidente della Commissione Finanziaria del Senato, Max Baucus, più di una dozzina di associazioni caritatevoli hanno fatto appello per “proteggere” la deduzione alle associazioni caritatevoli, “limitare il valore di queste deduzioni danneggerebbe ogni sforzo, creando un disincentivo per gli individui e per le famiglie che fanno più donazioni a queste associazioni”.
Non posso più convenire, ma dobbiamo andare oltre i calcoli politici e gli sforzi dei lobbisti. La filantropia americana che ha costruito fin dalla fondazione della nazione, con la sua coraggiosa storia, i servizi sociali, innumerevoli scuole, ospedali, e agenzie private…deve ritrovare lo spirito di indipendenza, la padronanza autosufficiente della loro missione di creare una società più giusta e umana. Se non ci riapproprieremo presto di questo spirito, ci possiamo ritrovare a non servire il prossimo nei suoi bisogni, ma a servire i potenti di turno.
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