Pagare i nostri debiti e dare il nostro contributo alla colletta in chiesa sono azioni lodevoli. Ma la buona amministrazione dei beni esercitata dai cristiani è molto più di questo; come la preghiera, il digiuno, i sacramenti è una parte essenziale della nostra vita cristiana. Al di là di quello che diciamo, il modo in cui usiamo il nostro tempo, il nostro talento e le nostre doti, rivela come valutiamo le situazioni, come capiamo noi stessi in quanto uomini e donne di fede, e quale significato attribuiamo all’espressione essere umano.
È proprio su quest’ultimo punto che mi voglio soffermare. Cosa vuol dire essere umano? Forse è un punto un po’ particolare da cui iniziare, ma noi prima di essere cristiani siamo esseri umani. Ogn’uno di noi, prima di essere battezzato, prima di impegnarsi a seguire Gesù Cristo, era un essere umano. Noi possiamo essere solo cristiani in quanto siamo esseri umani e l’importanza di condividere questa umanità non dovrebbe essere sminuita; noi siamo stati salvati e fatti uno in Cristo proprio perché Dio prese su di se la nostra umanità. Diventò proprio come noi, nell’espressione frequentemente ripetuta dai Padri della Chiesa, così che noi potessimo diventare come Lui.
Salvezza, giustificazione, santificazione, deificazione—qualunque sia il termine che utilizziamo per parlare del mistero della nostra Nuova Vita in Cristo—tutti presuppongono non solo la grazia divina infusa dallo Spirito Santo ma anche un’umanità comune che non solo condividiamo gli uni con gli altri, ma cosa più importante la condividiamo con Gesù Cristo l’Uomo-Dio. Troppo spesso nei primi anni della mia vita spirituale e come succede per molti giovani cristiani vedevo il vangelo come un’evasione dalla natura umana condivisa e dalle difficoltà. Mi sbagliavo.
Più tardi quando sono diventato più grande, ma non più saggio, ho iniziato ad apprezzare la tesi sostenuta da Sant’Ireneo. Egli diceva che la totalità della vita umana è ricapitolata in Gesù Cristo che è, Egli stesso il primo nato della nuova creazione (Colossesi 1,15). Ireneo diceva anche che qualunque aspetto della nostra natura umana che non è stato assunto da Cristo non è stato guarito. Approfondendo questa tesi vediamo che è la nostra umanità che ci impedisce di vivere come estranei gli uni gli altri e con Dio.
La Scrittura ci dice che la vocazione dell’uomo non è solo scritta nelle sue sacre pagine ma anche nella creazione. Quando i Padri della Chiesa hanno letto la Genesi hanno visto i nostri progenitori sia come un’icona della Santissima Trinità che come la realizzazione dell’obbiettivo della creazione. È per noi, per l’intera famiglia umana che Dio ha creato; anche se in seguito si sarebbe fatto Uomo per noi in Gesù Cristo.
Considerando l’umanità alla luce dell’incarnazione, i Padri della Chiesa hanno visto l’umanità come il momento in cui l’increato e il creato si sono uniti. Essere umani significa essere il punto di comunione tra Dio e il cosmo. Noi siamo sia un micro che un macro cosmo; siamo la creazione in miniatura anche se racchiudiamo in noi stessi l’intera creazione. Non c’è da meravigliarsi se dopo aver rivolto la sua mente e il suo cuore a Dio, il Re David dice di tutti noi: “Che cos’è l’uomo perché te ne ricordi?” (Salmo 8,4)
Ascoltiamo inoltre nella Genesi il comando divino ai nostri progenitori di “siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra, soggiogatela” (Gen 1,28). Questo non si riferisce semplicemente alla procreazione, a generare i figli nel matrimonio e a farli crescere ma ha anche delle applicazioni più generiche. Essere umani vuol dire essere produttivi, efficienti e rendere la creazione una casa adatta alla famiglia umana. Nel mondo la vocazione primordiale della persona è lavorare.
Lavoro nella Genesi significa molto di più di quello che siamo portati a pensare, vivere, cioè come facciamo lontani dalla trasgressione di Adamo. Nei primi versetti della Genesi vediamo Dio come un artigiano. Come il vasaio forma l’argilla in vasi sia belli che utili così anche Dio prende la materia inanimata dell’universo per plasmarla in creature belle e buone, animate e inanimate (Isaia 29,16 e Romani 9,20-23). La bontà e la bellezza non sono un’astrazione ma le caratteristiche di un cosmo che è una casa adatta per gli esseri umani. Dio ha creato qualcosa di bello e buono per noi. Poi ci ha incaricati di continuare questo lavoro di plasmare la creazione come un luogo che sia una casa bella, accogliente e adatta per l’intera famiglia umana.
Quindi il fondamento antropologico su cui si basa la buona amministrazione dei beni terrestri è questo: per Dio e in Dio, dobbiamo essere come Dio per la creazione e gli uni per gli altri. Siamo chiamati da Dio a far fruttare i nostri doni e le nostre abilità per dare forma al mondo materiale come pure al mondo sociale e culturale secondo il Vangelo e per i bisogni della famiglia umana. Certo questo richiede competenze tecniche ma non è semplicemente un compito funzionale. Si tratta piuttosto di qualcosa che deve essere caratterizzata dall’inizio alla fine dalla bellezza e dalla bontà.
Prima di ogni cosa, per essere un buon amministratore dei beni bisogna impegnarsi personalmente e generosamente per usare i doni, il tempo, i talenti e le doti che Dio ha donato a ogn’uno di noi e la capacità di sostenere l’edificazione di una casa bella e accogliente adatta alla famiglia umana. Ma la maniera in cui utilizziamo i nostri doni non è solamente l’espressione della nostra vocazione. A causa della trasgressione di Adamo il nostro lavoro a volte è frustrante e rovinato da volontà e conflitto. Anche se il peccato ha macchiato la nostra vocazione, essa non è stata disfatta. Se così si può dire, una delle grandi sofferenze della vita umana è rappresentata dai modi innumerevoli in cui la nostra vocazione originale resta spesso incompiuta—fallita e addirittura interrotta a causa dell’egoismo e dei desideri materiali degli esseri umani.
Per essere ciò che è, il lavoro ha bisogno di essere redento; deve essere lavoro in Cristo poiché è solo in Cristo che possiamo trascendere le conseguenze del peccato. E in Cristo, la tutela che noi esercitiamo diventa non solo un’espressione della nostra condivisa vocazione umana ma la nostra personale adesione a Cristo e al suo desidero di redimere il lavoro, la creatività e l’ingegno degli esseri umani.
Nota: L’articolo originale “Stewardship and the Human Vocation to Work” di Gregory Jensen è comparso il 2 febbraio
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