Non c’è nulla di più comune nello sport di un cronista che continua a parlare di come un atleta sia una brava persona. Di come lavora duro, sacrificato per il suo sport, di come è rispettato dai propri compagni di squadra e del volontariato che fa per i bambini. A noi piace il rispetto della competizione in atletica e esultiamo per una partita giocata bene o per un passaggio eseguito perfettamente ed è naturale sperare che questi atleti siano altrettanto eccellenti sia in campo che fuori.
Noi vogliamo gli eroi come Eric Lidell con la fama di “Carro di Fuoco”, che hanno superato in atletica delle difficoltà insormontabili e che hanno vissuto delle vite non solo eroiche ma anche di sacrificio. Invece, sia nell’ambito universitario che in quello dello sport professionistico, come abbiamo visto recentemente nelle Olimpiadi, siamo regolarmente testimoni del fatto che, troppo spesso, questi bravi e giovani atleti, purtroppo, non sono bravi e giovani uomini e donne.
Ci aspettavamo questo dallo sport professionistico e dalle scuole sportive sempre più numerose, ma in qualche modo le Olimpiadi hanno conservato il loro splendore. Eppure da domenica, quando sono finiti i Giochi Olimpici Invernali, continuano a venir fuori ulteriori storie di comportamenti volgari e osceni. Dalle notizie sulla fornitura di oltre 100.000 preservativi al Villaggio Olimpico a fotografie osé e all’ammissione di notti folli e tendenza alla pornografia, una lezione è evidente: non fate crescere i vostri bambini per diventare atleti olimpici.
Spesso si dice che gli sport siano utili per formare il carattere. Cosa che in realtà succede perché essi lo possono fare davvero. Insegnano il duro lavoro, la pazienza, l’abnegazione, e il lavoro di squadra. Ma, soprattutto in una cultura ossessionata dallo sport come la nostra, essi hanno anche la tendenza ad alimentare il narcisismo. Gli atleti diventano intrattenitori privilegiati che sono stati viziati e gli è stato detto che sono speciali fin dal momento in cui hanno dimostrato la loro abilità. Essi sono adorati, si sorvola sui loro misfatti. Tutto comincia un po’ per volta, ma poi questi misfatti possono diventare uno stile di vita proprio come lo sono i loro sport.
Vogliamo che le nostre star dello sport comincino ad essere dei modelli comportamentali, ma al contrario, essi sono sempre più apportatori di decadenza culturale, egoismo e ci fanno sviare dalle sfide morali importanti di una vita vissuta con vera virtù e eroismo. Quando Charles Barkley dichiarò di non essere un modello comportamentale diceva la verità. Con le sue maniere inimitabili, egli cercava di dirci qualcosa: cercate i vostri veri eroi altrove.
È proprio vero, diventare un atleta olimpico professionista richiede grande dedizione e sacrificio, ma ciò diventa veramente importante quando queste caratteristiche si trasmettono in altre sfere della vita. Invece, sacrificio e abnegazione sembrano limitarsi alla ricerca della propria gloria.
La crisi morale che pervade lo sport fa parte di una disgregazione sociale più ampia che si fonde con una cultura che ha paura di parlare della fede e della verità — e ancor meno del male morale e del peccato. Il relativismo morale è diventato la normalità e libertà significa fare ciò che si vuole invece di sottomettersi a un valore superiore (almeno al di fuori dell’arena sportiva). Il vero perseguimento della virtù è stato sostituito dal semplice volontariato e dal mondano attivismo politico e l’idea che giovani uomini e donne dovrebbero lottare per ottenere l’eccellenza morale e l’autocontrollo, è vista cinicamente. I 100.000 preservativi per gli atleti olimpici sono emblematici per il messaggio trasmesso ai giovani in infiniti modi: ci si aspetta che agiscano come animali incapaci di controllarsi. Ma loro non sono animali — possono controllarsi e molti lo fanno.
Ciò potrebbe sembrare un mormorio bisbetico sui giovani che vogliono solo divertirsi. Speravo che fosse così. Non sarebbe un problema se gli intrattenitori — gli atleti olimpici o gli attori e le rock star — non avessero un ruolo così importante nel formare la nostra cultura. La nostra cultura post-industriale, altamente tecnologica è dominata dall’intrattenimento. Ma questi “artisti” sono selvaggi nelle gabbie e il loro comportamento è imitato da giovani fan in adorazione e che vedono che la virtù morale e un carattere risoluto non sono il requisito per avere successo nello sport e nella società.
Tutto questo ha delle conseguenze a lungo termine per la nostra libertà. George Washington ci aveva avvisato sul fatto che per una società libera c’era bisogno di persone virtuose con maturità e autocontrollo. La libertà non è una proprietà degli adolescenti che non sono capaci di controllare le loro passioni. Eppure la vita culturale americana è sempre più descritta da quello che Diane West chiamava “la morte dell’adulto”.
Vogliamo che i nostri atleti siano degli eroi, ma ammiriamo una cultura adolescenziale che segue i propri capricci. Un concetto esclude l’altro. C.S. Lewis descrisse il problema alcuni decenni fa: “Ridiamo dell’onore e siamo scioccati quando troviamo dei traditori tra noi, castriamo i cavalli e ci aspettiamo che essi siano fecondi.”
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