Gli appelli del Vaticano di riforma finanziaria globale


I raggi del tardo pomeriggio nella Basilica di San Pietro. (bawkbawk / flickr)

Il futuro della Chiesa nell’ordine finanziario

Lo scorso ottobre un audace proposta per riformare il sistema finanziario globale proveniva da una fonte inaspettata: la Chiesa cattolica. Poiché la zona euro vacillava sull’orlo del caos economico, il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace - un organismo della Curia romana che consiglia il Papa in material di economia, giustizia, pace e diritti umani – ha emesso “Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale” (più semplicemente chiamato la“Nota”). L’obiettivo della pubblicazione di tale Nota da parte del Consiglio è stato esplicito: la Chiesa ha voluto attirare l’attenzione dei leader mondiali che erano riuniti in occasione del vertice del G-20 a Cannes, per discutere le attuali agitazioni sui mercati finanziari, essa ha voluto far sentire la propria voce a chi chiede controlli sui capitali (come la “Tobin tax”) per scoraggiare la speculazione finanziaria internazionale. Poi, all’inizio dello scorso mese, durante il suo discorso per il nuovo anno al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, Papa Benedetto XVI ha rafforzato la richiesta di un’etica dell’economia globale. Le parole del Papa fanno eco alla chiamata urgente, a cui si riferisce la Nota di un nuovo pensiero radicale sulle regole e sulle istituzioni che governano l’economia globale.

Nella Nota si sostiene che la causa principale dei mali economici attuali è la crescita eccessiva del credito e della liquidità monetaria nei decenni scorsi, che, a sua volta, ha gonfiato le bolle speculative e ha dato inizio ad una serie di debiti e crisi di fiducia. Inoltre, nella Nota si dichiara che la mancanza di controlli sui regolamenti in materia di finanza internazionale ha aggravato il problema - in altre parole, che il ritmo della globalizzazione economica è fuori controllo. L’instabilità e la disuguaglianza economica che sono derivate da questa situazione significano che il mondo ha bisogno di “un sistema di governance dell’economia e della finanza internazionale”. Una volta che i leader mondiali riconoscono che secondo il Consiglio la crescente interdipendenza globale sta costringendo i Paesi a muoversi al di là di Vestfalia, o di un ordine internazionale basato sullo Stato, saranno più disposti a cedere la propria sovranità nell’interesse del bene comune dell’umanità globale.

Considerando la storia della Chiesa e la sua dottrina sociale, la sua richiesta di un’autorità sovranazionale non è certo una sorpresa. La Chiesa ha a lungo considerato la sovranità dello stato-nazione come una sfida alla sua autonomia. Storicamente, era molto più facile operare in contesti internazionalizzati più fluidi, come ad esempio durante il Sacro Romano Impero o la cristianità medievale. La devastazione della Seconda Guerra Mondiale ha convinto i cattolici europei più in vista che il potere degli stati-nazione doveva essere soggiogato. Questo aiuta a spiegare perché la Chiesa era una tale sostenitrice dell’unificazione europea. Infatti, i cattolici di spicco come l’ex primo ministro francese Robert Schuman furono dei protagonisti centrali nei processi messi in moto dal Trattato di Roma del 1957. Sei anni più tardi, Papa Giovanni XXIII ha approvato l’idea di un’autorità mondiale, un appello ribadito in ambito di dottrina sociale della Chiesa da tutti i Papi successivi. La Chiesa ha evitato di identificare particolarmente tale ente con le Nazioni Unite. Ed ha avuto la tendenza a descrivere le funzioni di una tale autorità in termini molto generici come “coordinamento”. Ma, la logica è che se le condizioni che facilitano la prosperità umana trascendono sempre più i confini nazionali, la pretesa dello Stato moderno di essere la massima autorità politica in grado di coordinare tali condizioni è ingiustificata. In termini pratici, alcuni funzionari della Chiesa calcolano che un’autorità mondiale renderebbe più facile il compito della Chiesa rispetto ad un ordine globale di Stati-nazione sovrani.

Tuttavia, un’autorità mondiale potrebbe contrapporre gli interessi economici dei cattolici nei Paesi industrializzati a quelli dei Paesi in via di sviluppo, creando delle sfide alla maniera in cui la Chiesa presenta i suoi insegnamenti su questioni economiche ai cattolici di tutto il mondo. Molti Paesi in America Latina, Africa e Asia sono in un posto fondamentalmente diverso da un punto di vista economico e geopolitico rispetto ai Paesi in crisi dell’UE. La Chiesa deve quindi approfondire la sua considerazione su come l’azione di fattori economici globali, quali il vantaggio comparato, gli incentivi e i compromessi hanno un impatto diverso sui cattolici che vivono in condizioni economiche molto diverse tra loro. Ma questo ha anche implicazioni per la posizione della Chiesa circa le funzioni economiche che devono essere svolte da un’autorità mondiale. Tali responsabilità, per esempio, potrebbero riguardare in primo luogo la promozione di una maggiore integrazione economica rimuovendo gli ostacoli al commercio. Questo, tuttavia, sarebbe incompatibile con il tema della Nota secondo la quale le funzioni di un’autorità economica mondiale dovrebbero soffermarsi soprattutto su come assicurare un maggiore controllo del ritmo del cambiamento attraverso normative internazionali che, se attuate, ostacoleranno in maniera significativa la libera circolazione delle persone, delle merci e dei capitali.

Mentre il gruppo dirigente della Chiesa è composto soprattutto da europei, l’epicentro della Chiesa cattolica, parlando in cifre vere e proprie, si è spostato sui Paesi in via di sviluppo. Secondo le statistiche contenute nell’Annuario Pontificio Vaticano del 2011, i cattolici europei rappresentano ormai solo il 24% degli 1,18 miliardi di cattolici del mondo. Nel 1948, la cifra corrispondente era di circa 49%. Oggi, quasi il 50% di tutti i cattolici vive in America e la maggior parte di loro vive al sud del Rio Grande. Demograficamente parlando, la Chiesa europea ha smesso di ingrandirsi per tre decenni. Ma la sua espansione in Africa, Asia e America Latina nello stesso periodo di tempo è stata sorprendente. Solo tra il 2005 e il 2009, il numero dei cattolici africani è cresciuto da 135 milioni a circa 158 milioni.

Questa ridefinizione nelle statistiche della popolazione cattolica è andata di pari passo con i cambiamenti degli schemi economici utilizzati da molte nazioni in via di sviluppo in cui vive la maggior parte dei cattolici del mondo. Negli ultimi anni, la crescita economica è decollata in molti Paesi in via di sviluppo ad un ritmo che supera di gran lunga i tassi di crescita europei. Negli ultimi tre decenni, molti di questi Paesi (Cile e Brasile sono gli esempi cattolici più importanti) si sono progressivamente allontanati dalla pianificazione economica verticale verso una maggiore apertura ai mercati globali come mezzo primario per diminuire la povertà e stimolare la crescita economica. Nella dottrina sociale della Chiesa, vi è un notevole sostegno per tali percorsi orientati al mercato. Dal 1991, la dottrina sociale della Chiesa ha ribadito che le nazioni in via di sviluppo hanno il diritto di accedere liberamente alle reti di scambio globale. Le implicazioni di libero scambio e anti-protezioniste di questo principio sono state precisate nell’enciclica di Giovanni Paolo II Centesimus Annus e ribadite da Benedetto XVI nel 2009 nell’enciclica Caritas in Veritate. Tuttavia bisogna chiarire cosa c’entra questo con l’attenzione costante della Chiesa sulla necessità di un’autorità mondiale e, più direttamente, con la richiesta della Nota che riguarda i controlli di capitale.

Inoltre, l’insegnamento della Chiesa su questi temi è alle prese con la crescente divergenza tra le aspettative economiche immediate dei cattolici nei Paesi europei industrializzati e quelle di chi vive nelle economie emergenti. Per i cattolici nei Paesi in via di sviluppo, la globalizzazione economica è una via d’uscita dalla povertà. Questo aiuta a spiegare perché alcuni Paesi tradizionalmente cattolici come Colombia, Guatemala, Messico e Panama hanno spinto per accordi di libero scambio con gli Stati Uniti, mentre altri, come il Brasile, hanno perseguito gli accordi commerciali in America Latina. Allo stesso modo, i Paesi africani con popolazioni cattoliche numerose, come Kenya, Ruanda, Tanzania e Uganda, hanno perseguito gli accordi commerciali regionali considerandoli un punto di passaggi verso una maggiore partecipazione ai mercati globali.

Al contrario, molti cattolici in Europa occidentale vedono le stesse forze liberate dalla globalizzazione economica come delle pressioni per ridurre gli ostacoli normativi dei loro Paesi, per ridurre i salari, eliminare gradualmente le sovvenzioni e ripensare a livelli di tassazione elevati necessari per pagare welfare solidi. Non sorprende che molti europei sono riluttanti a percorrere strade che rappresentano un distacco dalle politiche del dopoguerra.

La tensione tra questi due gruppi mette la Chiesa cattolica di fronte a tre sfide importanti e correlate. In primo luogo, essa deve garantire che la sua enfasi sulle istituzioni sovranazionali, come una maniera di gestire la globalizzazione non viene interpretata come riflesso della volontà di proteggere gli Stati dell’UE dalla concorrenza crescente da parte delle nazioni in via di sviluppo. L’eventuale comparsa di un atteggiamento di protezione nei confronti dei cittadini europei ricchi a spese di quelli dei Paesi in via di sviluppo potrebbe essere considerato incompatibile con l’impegno dichiarato dalla Chiesa nei confronti della giustizia sociale e farebbe allontanare molti cattolici dei Paesi in via di sviluppo.

In secondo luogo, la Santa Sede subirà sempre più pressioni dai leader europei come pure da quelli delle nazioni in via di sviluppo affinché essa si serva della sua influenza per la realizzazione di obiettivi economici contraddittori. Ad esempio, che posizione la Chiesa dovrebbe adottare nei confronti dei sussidi agricoli? Molti europei considerano i sussidi come delle maniere per proteggere gli agricoltori europei dall’estinzione economica. Gli africani e i latino-americani, invece, sono inclini a vedere le stesse sovvenzioni dell’UE come provvedimenti destinati a ridurre il vantaggio sempre più concorrenziale con i Paesi in via di sviluppo nel settore agricolo. Quale delle due parti deve sostenere la Chiesa in tali questioni?

In terzo luogo, la leadership della Chiesa si trova di fronte una sfida intellettuale. Da un lato, la Chiesa sostiene l’istituzione di un’autorità mondiale che gestisce la globalizzazione nell’interesse della giustizia economica. Ma è altrettanto impegnata per una maggiore accessibilità dei mercati, anche per una questione di giustizia economica. Conciliare questi due impegni sarà un test importante per la dottrina sociale dellla Chiesa. Mercati globali liberi hanno certamente bisogno di regole. Ma come può un’autorità mondiale impegnarsi in una gestione economica globale verticale, senza compromettere in modo significativo la concorrenza che deriva dalla liberalizzazione dei mercati economici e finanziari?

La Chiesa cattolica non deve esercitare un “potere assoluto”. Ma deve certamente formare le persone e le loro idee, o attraverso la predicazione quotidiana di migliaia di sacerdoti cattolici e la formazione impartita dalle sue innumerevoli istituzioni educative o attraverso la sua predicazione autoritaria che viene dal papato. Questo non costituisce alcuna garanzia del fatto che i Paesi prevalentemente cattolici siano semplicemente d’accordo con l’insegnamento della Chiesa su tematiche globali di governance economica. La Chiesa è, comunque, in grado di influenzare gli atteggiamenti di milioni di persone. In una pubblica piazza sempre più globale, l’influenza esercitata da una Chiesa il cui nome significa “universale” e che, come organizzazione religiosa, possiede una rilevanza mondiale senza rivali, comporta che quando essa fa dichiarazioni circa le riforme economiche mondiali, essa dovrebbe considerare la possibilità di avanzare richieste coerenti col suo stesso futuro.

 NOTA: Ristampato su concessione di FOREIGN AFFAIRS, 07 febbraio 2012. Copyright 2012 del Council on Foreign Relations, Inc.. La traduzione in italiano dell’articolo originale “The Vatican’s Calls for Global Financial Reform” è dell’Istituto Acton.