Debito, credito e vita virtuosa


La nostra vita economica non deve solo avere come obbiettivo lo scambio di beni e servizi. Lungi dall'essere neutra da un punto di vista morale, è l'espressione di come noi intendiamo la nostra dipendenza da Dio e dal prossimo ed è il mezzo attraverso il quale soddisfiamo o meno i nostri doveri nei confronti del nostro prossimo. Ma sia per ragioni di moralità che per l'efficienza economica a lungo termine, non possiamo minimizzare la centralità della virtù individuale e di una cultura della virtù e non le possiamo sottoporre al successo del libero mercato. Per me non è abbastanza perché le cose vadano bene; l'unione fa la forza. O almeno, e qualunque siano le nostre limitazioni morali, da un punto di vista culturale dobbiamo considerare e premiare l'eccellenza morale.


Jack Cashill lo ha capito e nel suo nuovo libro, Popes & Bankers: A Cultural History of Credit & Debt, From Aristotle to AIG , ha tracciato il cambiamento dell'atteggiamento morale a proposito del prestare e del prendere in prestito nella cultura occidentale. Dall'inizio l'autore è chiaro sul fatto che non si possono separare in una conversazione il debito e il credito e, allo stesso modo, non si possono separare le scienze economiche dal libero mercato da una conversazione sulle nostre vite personali culturali e morali.

Subito l'autore fa una panoramica di 25 secoli di storia sociale, attraverso la quale sentiamo parlare di Dante e Shakespeare. Con mia grande gioia, il Mercante di Venezia ha un ruolo ricorrente nell'analisi di Cashill e si serve realmente dei cambiamenti di rappresentazione del personaggio Shylock per mostrare i cambiamenti degli atteggiamenti culturali a proposito del debito.


Compaiono anche Aristotele e Tommaso d'Aquino che si aggiungono al cast dei papi medievali, degli ebrei prestatori di denaro nel rinascimento, dei riformatori protestanti, dei baroni ladroni americani e dei finanziatori del XIX secolo. E naturalmente fanno la loro comparsa le nostre canaglie favorite, i banchieri, che prestano e prendono in prestito, che simboleggiano in modo rilevante il recente crollo economico. Tuttavia, si tratta di un tono un po' impertinente per i miei gusti (soprattutto quando si discute della Chiesa cattolica medievale), il testo offre una buona panoramica storica sul dibattito morale e culturale a proposito del debito. Attraverso questa panoramica l'autore sottolinea il legame profondo tra carattere morale e vita economica.


Cashill collega la nostra angoscia attuale ai cambiamenti culturali graduali “circa 50 anni fa quando i tassi di interesse” erano fermi all'1%. Questo passaggio culturale ha “avuto poco a che fare con il comportamento” dei prestatori di denaro e più a che fare con la nostra mancanza di volontà di censurare “il comportamento dei consumatori, soprattutto dei consumatori prodighi che sono tra noi”. Mentre non si è minimizzato il “ridimensionamento” delle “più importanti banche di investimento” passando “dalla partnership alle società di capitali” (entrambe “hanno reso democratica Wall Street” anche se "hanno diminuito la lealtà a lungo termine e hanno distanziato i dirigenti aziendali dalle conseguenze del fallimento”) collocando il nostro fallimento morale nella nostra crescita sempre più “dipendente dal credito.”

Attraverso le istituzioni governative e private, la cultura occidentale è oggi ansiosa “di agevolare i consumatori prodighi” e di fornirgli il credito che gli permette di vivere, anche se per breve tempo contando sui propri mezzi. Inoltre se una volta vedevamo “i figli prodighi come peccatori” oggi “li pensiamo dal loro punto di vista vedendoli come – vittime.” Cashill sottolinea che “la vera divisione che c'è oggi in America non è tra sinistra e destra, ma tra chi è dalla parte e chi è contrario” i figli prodighi che sono in mezzo a noi. Mentre condanniamo i "rapaci prestatori di denaro” addirittura non discutiamo mai, ne tantomeno censuriamo i “ rapaci debitori” che hanno anch'essi un ruolo dominante nel crollo del mercato interno.


Idealmente la nostra volontà di addentrarci nel debito riflette la nostra fiducia nel futuro, piuttosto che un desiderio di soddisfare i bisogni attuali. Per questo motivo, dovremmo pensare al debito come fa Cashill (e come fanno le culture occidentali da sempre) come una questione profondamente morale e non solo economica. Perché abbiamo perso di vista il legame necessario che intercorre tra la virtù e un mercato libero efficiente, ci troviamo oggi ad affrontare una mancanza diffusa di fiducia nell'economia.


La nostra mancanza di fiducia riflette più fortemente una mancanza di fiducia nel futuro. Facendo riferimento alla teologia morale, la crisi economica è crisi di disperazione; abbiamo perso la fede nella bontà dell'indomani.

Quindi come potremmo avere speranza nel settore economico? Come diceva Aristotele, dobbiamo essere “liberali.”

Inutile dire che il liberalismo aristotelico era fortemente diverso dalla nostra comprensione contemporanea. Per Aristotele essere liberali significa non spendere più di ciò che abbiamo e spendere “solo per gli oggetti giusti.”

Ma il vero liberalismo può esistere solo in una tradizione viva di virtù morale. Nella situazione in cui ci troviamo siamo molto tentati a optare per soluzioni che sono solo tecniche. Certo, queste ultime sono importanti ma la cosa di cui c'è più bisogno è il perdono e la formazione delle virtù cardinali e anzi, teologiche. Che questo accada o meno dipende da come noi esercitiamo la nostra personale libertà e dalle decisioni che prendiamo come civiltà umana.


Comunque nella pubblica piazza, il lavoro di Cashill ci offre una buona base su cui discutere del fatto che la nostra attività economica prende forma in una “cultura della vita” che è una cosa necessaria non solo moralmente ma anche per il funzionamento efficace del libero mercato.