Contemplando il Natale


Com’è possibile che nel periodo natalizio pieno di nobili sentimenti, come “pace sulla terra e agli uomini di buona volontà”, il periodo del ricordo delle gioie e della sacralità della famiglia e del profondo desiderio umano di pace del cuore, vediamo probabilmente il conflitto più profondo, la tensione familiare e la stanchezza?

Anche se non ho dati certi per dimostrarlo, per esperienza personale e pastorale, posso tranquillamente affermare che a partire, più o meno dall’ultima settimana di novembre fino alla prima settimana di gennaio sperimentiamo più stress, dispute nelle famiglie e dolore che in qualsiasi altro periodo dell'anno.

Molto di questo dipende senza dubbio del nostro stesso comportamento: le aspettative che abbiamo da noi stessi quando scriviamo ogni biglietto d’auguri, quando partecipare a qualsiasi festa o prepariamo ogni piatto possibile. Noi passiamo troppo presto dalla gioiosa accoglienza del “significato di questo periodo” a obblighi opprimenti e siamo talmente stanchi che semplicemente non riusiamo a contemplarne il significato.

Alcuni di questi comportamenti sono legati a fattori esterni: la facilità e la fattibilità del viaggio e della comunicazione, l’eccesso di prodotti e cibi di cui hanno goduto raramente le generazioni precedenti e le aspettative sociali, lavorative e quelle degli amici e dei familiari. Socrate diceva che “la vita senza esame non è degna di essere vissuta”. La nostra variazione stagionale sulla saggezza del filosofo potrebbe essere: “Il Natale non-contemplato non è degno di essere celebrato”.

Piuttosto che sprecare le solite parole su come si perde spesso la comprensione autentica di questo tempo (affermazione abbastanza vera), non sarebbe un approccio molto più edificante quello di approfondire l'ambiguità, il mistero e il paradosso del Natale?

La mangiatoia contiene una proposta nascosta che può risultare banale. Ho spesso immaginato che se fossi in cammino lungo una strada di Betlemme circa 2.000 anni fa, e se fossi passato davanti alla stalla dove si trovava il Bambino Gesù, non ci sarebbe stato nulla che avrebbe catturato la mia attenzione. Avrei potuto trovarmi sulla strada che conduce al mercato per comprare colombe per il sacrificio del Tempio, o forse sulla via di casa con un cesto pieno di olive, uva, fichi o pane. In ogni caso, ci sarebbe voluto un coro di angeli o la guida di una stella per distrarmi dalla mia operosità mondana e dalla banalità della scena.

La festa dell'Incarnazione - che è un altro modo per parlare della Natività o del Natale - è concentrata sulla condiscendenza divina di  “incarnazione” nell’umanità. La stalla non sarebbe stato un sacrario quella notte (cosa che sarebbe successa solo più tardi). Quella notte era un luogo piuttosto disordinato, sporco e (con il rischio che qualche lettore disattento mi accusi di blasfemia) emanava cattivo odore. E questo è il punto.

Anche i pastori ed i Magi, che sono stati privilegiati con l'annuncio della Nascita, sono giunti alla loro rispettiva epifania partendo proprio dal contesto del loro lavoro abituale: badare alle pecore ed esaminare i cieli. Dio li trova proprio lì dove stanno.

La sfida del Natale non è quella di aspettare un Dio che con urla, trombe e imponenti fanfare attirerà la nostra attenzione, ma quella di cercare un Dio che arriva discretamente e che deve essere attentamente riconosciuto nella vita quotidiana.

Quindi, la domanda che propongo è: Dov'è si trova Dio nel centro commerciale? Dove si trova Dio quando affrontiamo le liti in famiglia durante le vacanze natalizie? E dove si trova Dio nella stanza buia e tranquilla dove una figlia è da sola questo Natale, in piedi al capezzale della madre morente? Dov’è Dio nei regali? E dov’è in tutte le attività commerciali, così spesso distaccate dal centro del piano di redenzione?

Lui è proprio lì, perché è l’Emanuele, “Dio con noi.”

Nota: l’articolo originale Contemplating Christmas è apparso sul nostro sito il 21 dicembre 2011.