Come trovare l’equilibrio: privacy e società civile


La privacy, nella nostra cultura, non agevola un approfondimento della vita della comunità, ma addirittura ispira un senso di isolamento sociale ancora più profondo.  Perfino un comportamento, normalmente degno di lode è sempre più giustificato non dalla bontà dell’azione fatta ma dal senso moderno della privacy. Anche coloro che dovrebbero conoscere meglio il Vangelo, presentano quest’ultimo in una maniera che è quasi completamente personale, senza attribuirgli il suo significato pubblico o esigenze. Il nostro senso di isolamento gli uni nei confronti degli altri, è diventato tanto profondo. Per esempio, se si suggerisse l’esistenza di una natura umana e che la vera felicità fosse possibile solo vivendo in base alla nostra natura, si tratterebbe di una provocazione e di un attacco alle basi dell’autonomia dell’individuo.  

Paradossalmente, quando la privacy è al servizio dell’isolamento, essa è anche fonte di quello che Peggy Noonan (The Eyes Have It) descrive sempre più come la nostra "cultura esibizionista".  Lei scrive che, sempre più "conosciamo (o pensiamo di conoscere) cose gli uni degli altri che non dovremmo sapere, che non abbiamo diritto di sapere, cose di cui abbiamo, in realtà, il diritto di non conoscere." E dato che in tutto questo la tecnologia fa la sua parte, Noonan vede la causa di questo in ciò che io chiamerei la mancanza del giusto senso della privacy personale. Perdere questo, dice Noonan, "significa perdere il senso della nostra umanità; perdere cose che ci caratterizzano, e che ci rendono anime distinte e diverse, come veri e propri figli di Dio."E a questa perdita fa seguito il crollo della vera società civile. "Perdiamo anche la fiducia non solo gli uni negli altri, ma anche nelle nostre istituzioni e finiamo per temerle".

Non è che il senso moderno della privacy sia tutto sbagliato. Senza privacy, senza una porta che possiamo chiudere, (e la fiducia nel fatto che questa porta chiusa sia rispettata) non posso, di tanto in tanto, ritirarmi in solitudine. Ben intesa, la privacy è l’espressione pratica della solitudine.

La solitudine, in quanto disciplina della vita spirituale, è allo stesso tempo l’antitesi e il rimedio della selvaggia e distruttiva oscillazione della cultura tra l’isolamento e l’esibizione. La privacy è al servizio, (o piuttosto dovrebbe essere al servizio) di quei momenti della vita, quando—come Gesù— mi ritiro dalla confusione e dallo scorrere della vita quotidiana "in un posto tranquillo" per pregare (Luca 9:10). È in questi momenti di raccoglimento che posso riposarmi e rivalutare, e se ce n’è bisogno, correggere il mio modo di affrontare la miriade di domande personali e professionali della vita. E così se la privacy è al servizio della solitudine, la solitudine, dal canto suo, è al servizio del mio sano coinvolgimento su scala maggiore nella società.   

Quello che i critici e che i sostenitori del libero mercato e della democrazia dimenticano spesso è che entrambi sono radicati nella solitudine che la privacy difende. Né l’isolamento sociale—che vede il mio vicino come una minaccia alla mia dignità— né l’esibizionismo—che in fin dei conti non è altro che un’ altra forma di lussuria—costituiscono una buona base antropologica per un’economia di libero mercato, per una democrazia o per una società civile. Quindi a cosa dovremmo fare riferimento?  

Rodney Stark (autore di The Victory of Reason: How Christianity Led to Freedom, Capitalism, and Western Success) dice una giusta cosa quando afferma che la cultura occidentale deve, in gran parte, il suo successo al Cristianesimo, in generale e alla vita monastica, in particolare. La vita monastica è vita di solitudine metodica al servizio della comunità; è anche parte del patrimonio culturale e spirituale comune dei cristiani occidentali e orientali.   In quanto tale, rappresenta non solo il nostro migliore ego culturale, ma può anche fungere da punto di incontro per cristiani cattolici, protestanti e ortodossi mentre lavoriamo per rispondere non solo ad una cultura sempre più secolarizzata e frammentata all’interno dei nostri Stati ma anche alla minaccia dell’Islamismo a livello globale. 

Anche se non c’è bisogno di diventare monaci o suore (anche se credo che sarebbe meglio incoraggiare la vita monastica nelle nostre rispettive comunità cristiane ), questo non dovrebbe impedirci di vedere la vita monastica come una ricca fonte di saggezza antropologica con cui rispondere alla nostra cultura deformata e al nostro punto di vista distorto a proposito della relazione tra la persona e la società. La cosa che bisogna considerare di più in tutto questo è una verità sconveniente che forse nemmeno i cristiani riconoscono.  

A dispetto della loro importanza, l’attività economica, la ricerca scientifica e addirittura la politica pubblica, basate sul Vangelo, non sono sufficienti. La vera libertà umana – personale e politica, è un dono divino che non è controllato da noi. Pur non essendo un monaco, il teologo ortodosso rumeno, Dumitru Staniloae (1903-1993), dà voce ad un’opinione monastica fondamentale per il nostro tempo. Nella sua monografia “Preghiera e Santità” Staniloae scrive che, "L’uomo che non prega rimane schiavo, circondato dai meccanismi complessi del mondo naturale e dal mutamento delle proprie passioni da cui viene dominato, addirittura più che dal mondo esterno."  L’individualismo e l’esibizionismo, senza citare la brutalità e la violenza che sono comuni a tutti i settori della cultura contemporanea, sono i sintomi della nostra schiavitù.   

In risposta a questa schiavitù autoimposta e in mancanza di una società civile veramente solidale, dobbiamo coltivare in noi stessi un giusto senso di privacy e di conseguenza un giusto senso della solitudine e della vita di comunità. La vita monastica è un segno tangibile del fatto che tale vita di solitudine e di impegno civico è possibile. Ci ricorda anche che dobbiamo mettere il nostro potenziale, il nostro tesoro culturale e abilità tecnologiche al servizio di qualcosa di più grande della nostra comodità personale o dei nostri successi economici.