Cattolici, finanza e il pericolo della saggezza convenzionale


Nonostante la reazione emozionata della Sinistra cattolica perché il documento pubblicato oggi dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace (PCJP) mette la Chiesa “alla sinistra di Nancy Pelosi” su questioni economiche, una lettura più attenta di Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale indica subito che essa riflette piuttosto il pensiero economico contemporaneo convenzionale. Purtroppo, data l'inutilità di gran parte degli studi economici attuali, è probabile che questo documento non sarà particolarmente utile per riflettere su alcune delle nostre attuali sfide finanziarie.

Dottrinalmente parlando, non c'è nulla di nuovo in questo testo. Come gli stessi ufficiali del Pontificio Consiglio vi possono dire, fare dichiarazioni dottrinali che vincolano le coscienze dei cattolici non è di loro competenza. Inoltre, l'idea che un'economia mondiale sempre più integrata richieda un certo tipo di autorità in grado di prendere decisioni su ciò che la Chiesa definisce “il bene comune universale” è stato a lungo un punto fermo della Dottrina Sociale della Chiesa. Tali riferimenti ad un’autorità globale mondiale sono sempre stati legati al principio della sussidiarietà e il presente documento non fa eccezione a questa regola. Questo principio afferma che qualunque governo superiore dovrebbe aiutare le autorità politiche inferiori e le associazioni della società civile “solo quando” (come questo testo del Pontificio Consiglio afferma) “la persona e gli attori sociali e finanziari sono intrinsecamente inadeguati o non riescono a fare da sé quanto è loro richiesto”.

Ma mettendo da parte le questioni dottrinali, questo testo fa anche affermazioni di carattere più strettamente economico. Dato che di solito tali questioni si inseriscono nella sfera del giudizio prudenziale per i cattolici, è del tutto legittimo che questi ultimi vogliano discutere e dibattere alcune delle affermazioni del documento in questione. Quindi, in questo caso vale la pena porsi alcune domande.

In primo luogo, il testo fa giustamente riferimento agli effetti di una separazione tra il settore finanziario e il resto dell'economia. Non è in grado, però, di notare che una delle principali cause di tale separazione è stata la dissoluzione di ogni legame tra la moneta e un qualsiasi oggetto esterno di valore che potesse regolare la quantità di moneta e credito in circolazione nell'economia “reale”.

Tra la fine del 1870 e il 1914, un tale legame esisteva sottoforma del sistema aureo classico. Questo aveva permesso una notevole stabilità monetaria mondiale e un’inflazione che restava a livelli bassi, senza che ci fosse bisogno di un’autorità centrale. Non è necessario essere un discepolo Ron Paul per sapere che l’aumento della moneta a corso forzoso è in parte responsabile della crisi monetaria alla quale giustamente fa riferimento il documento.

In secondo luogo, questo documento non fa riferimento al ruolo svolto dal rischio morale che ha generato la crisi del 2008 o alla necessità di prevenire l'insorgere di situazioni simili in futuro. Si parla di rischio morale per descrivere quelle situazioni in cui le persone sono efficacemente isolate dalle eventuali conseguenze negative delle loro scelte. Questo li rende più propensi a correre rischi che diversamente non avrebbero corso –  soprattutto con i soldi degli altri. Maggiore è la garanzia, maggiore è l’eventualità di rischio morale. Si crea, come il giornalista esperto di questioni economiche Martin Wolf scrive, “un incentivo schiacciante a privatizzare i guadagni e a socializzare le perdite”.

Se il Pontificio Consiglio fosse stato a conoscenza di questo, avrebbe potuto esitare prima di raccomandare “forme di ricapitalizzazione delle banche anche con fondi pubblici, condizionando il sostegno a comportamenti ‘virtuosi’ e finalizzati a sviluppare l’economia reale”. Tale ricapitalizzazione rafforzerebbe semplicemente il messaggio che Wall Street può sempre rivolgersi ai contribuenti per intervenire in loro aiuto, quando il loro ultimo piano finanziario incomprensibile va a rotoli. In termini di teologia cattolica ortodossa, vale la pena ricordare a noi stessi che colui che crea un’occasione di peccato ha una parte di responsabilità indiretta per le scelte della persona tentata da tale situazione che finisce per fare qualcosa di molto imprudente o semplicemente sbagliato.

In terzo luogo, dato l’argomento di questo testo, esso contiene un’omissione molto strana. Non troviamo da nessuna parte una descrizione dettagliata degli alti livelli del debito pubblico e deficit in molte economie sviluppate, il chiaro e presente pericolo che essi rappresentano per il sistema finanziario globale e il loro impatto negativo sulle prospettive di crescita economica (cioè, che cosa salva le persone dalla povertà).

Alla luce di questi fatti, come potrebbero i governi fornire i fondi pubblici menzionati visto che sono già così pesantemente indebitati e già vacillanti sotto il peso degli attuali obblighi fiscali? Con l'aumento delle tasse? Anche Bill Clinton pensa che non si tratta di una buona idea in un periodo di stagnazione economica. Infatti, le esigenze fondamentali della giustizia commutativa indicano che i governi devono rispettare i loro obblighi attuali verso i creditori prima di poter anche prendere in considerazione il fatto di tirarsi indietro.

Quarto, il documento prevede la creazione di un certo tipo di banca mondiale centrale. Eppure gli stessi autori sembrano ignorare che gran parte della colpa per il nostro disastro economico attuale è esattamente riconducibile alle banche centrali. Basti notare in questo caso che la politica della Federal Reserve di mettere più moneta in circolazione, a partire dal 2000, ha svolto un ruolo fondamentale nel creare la bolla del mercato immobiliare in America, lo sviluppo di prodotti assicurativi discutibili e il conseguente crollo del 2008.

Chiedere una banca centrale globale non è una novità. Keynes proponeva una tale organizzazione 75 anni fa. C’è da chiedersi perché, visti gli evidenti fallimenti delle banche centrali nazionali, qualcuno dovrebbe pensare che una banca centrale globale non possa cadere negli stessi errori? La creazione di un ente centrale sovranazionale come la Banca Centrale Europea, la fissazione di un tasso d’interesse adatto a tutti, nel caso di economie così diverse come quelle della Grecia e della Germania, sono una follia e dovrebbe essere evidente a tutti coloro che non vivono nel mondo delle favole abitato dai burocrati dell’UE. Infatti, è semplicemente impossibile per un qualsiasi individuo o organizzazione sapere qual è il tasso d’interesse ottimale per tutti i Paesi dell'Unione Europea, per non parlare del mondo intero.

Un sacco di critiche ulteriori potrebbero essere avanzate – e senza dubbio sarà così – per alcune delle richieste economiche presentate in questo documento dal Pontificio Consiglio. Come se queste critiche fossero state previste, il documento afferma: “Non bisogna temere di proporre cose nuove”. Questo è certamente vero. Purtroppo, molte delle idee dei suoi autori riflettono un’assimilazione acritica alle opinioni di molti degli individui stessi e delle istituzioni che hanno contribuito a generare la più grave crisi economica mondiale dopo la Grande Depressione. Una Chiesa, che nella sua lunga tradizione si è sempre occupata di finanza, secoli prima che qualcuno avesse mai sentito parlare di John Maynard Keynes e Friedrich Hayek, può sicuramente fare di meglio.

Nota: l’articolo originale Catholics, Finance, and the Perils of Conventional Wisdom è apparso su National Review Online il 24 ottobre 2011.