Benedetto XVI, all’ombra di nessuno


È stato inevitabile. Prima della beatificazione di Giovanni Paolo II, un certo numero di pubblicazioni ha stabilito che era tempo di opinare sulla direzione del pontificato di Benedetto XVI. L’Economist, per esempio, ha raffigurato un pontificato alla deriva, "a rischio di incidenti", e con "dichiarazioni non molto brillanti" in confronto al dinamico predecessore di Benedetto (nemmeno lui, guarda caso, ha ottenuto l'approvazione dell’Economist).

È proprio il caso di dire che, come la maggior parte delle pubblicazioni inglesi, le dichiarazioni dell’Economist stesso, quando si tratta di commenti informati sul cattolicesimo e sulla religione più in generale, sono di per sé tutt'altro brillanti. E i problemi rimangono gli stessi di sempre: una mancanza di volontà di svolgere il duro lavoro di cercare di capire una religione nei suoi termini, e di un’insistenza ostinata nell’esplicare posizioni teologiche in categorie politiche secolari.

Si sono verificati degli errori nel corso del pontificato di Benedetto XVI? Sì. Alcuni appuntamenti non ottimali? Naturalmente. Ciò succederebbe ad ogni capo di un'organizzazione di così vasta portata.

Ma la vera difficoltà creata da così tanti commenti su questo pontificato è la pura ristrettezza di vedute a proposito di tale argomento. Se gli osservatori fossero disposti ad allargare i propri orizzonti, noterebbero quanto è grande la posta in gioco perseguita da Benedetto. Essi potrebbero scoprire che i programmi del Papa, vanno oltre la mera politica istituzionale. Sta perseguendo un programma per civilizzare la società.

E che il programma inizia con la stessa Chiesa cattolica. Anche per i suoi critici più ostinati sarà difficile negare l'influenza determinante del Cattolicesimo sullo sviluppo della civiltà occidentale. Ne consegue che quando la fiducia degli individui a proposito della finalità della Chiesa si riduce ci sono implicazioni per tutte le civiltà.

Questo è uno dei motivi per cui Benedetto è stato così attivo nel salvare la liturgia cattolica dalla banalità in cui è crollata in gran parte del mondo (in particolare nei paesi di lingua inglese), dopo il Concilio Vaticano II. L’obiettivo di Benedetto, in questo caso, non è un retrogrado "ritorno al passato." Piuttosto, si tratta di sottolineare la necessità di una liturgia che riflettere con precisione ciò che la Chiesa ha sempre creduto - lex orandi, lex credendi - piuttosto che le predilezioni di una generazione progressista che sta invecchiando e ha ridotto la preghiera ad un’autoaffermazione senza fine.

Questa attenzione alla liturgia, temo, sia un motivo per cui un altro aspetto del pontificato di Benedetto XVI – la sua apertura verso le Chiese cristiane ortodosse - ha riscosso un notevole successo. Come sa chiunque ha assistito ai riti ortodossi, essi hanno veramente compreso la liturgia. Certamente il percorso di Benedetto, in questo senso, è stato spianato dal Concilio Vaticano II, da Paolo VI e da Giovanni Paolo II. Eppure qualcuno nutre dei dubbi sul fato che i rapporti cattolico-ortodossi siano iniziarti nel 2005.

Questo non significa che il rapporto è facilitato da infelici ricordi storici, da influenze secolari politiche, e da importanti differenze teologiche. Eppure è sorprendente vedere come le Chiese ortodosse hanno risposto positivamente agli approcci del Papa tedesco. Hanno anche fatto eco sempre più alle preoccupazioni di Benedetto circa il percorso intrapreso dall’attuale cultura occidentale.

Ma, soprattutto, Benedetto XVI è – fin dall'inizio del suo pontificato - arrivato al cuore della corruzione dei Paesi occidentali, una malattia che può essere descritta come patologia di fede e ragione.

A questo proposito, il famoso discorso tenuto da Benedetto all’Università di Ratisbona nel 2006 potrebbe essere incluso tra i discorsi più importanti del XXI secolo, paragonabile al discorso tenuto ad Harvard nel 1978 da Alexander Solzhenitsyn sull’accuratezza nell'identificazione di alcuni demoni interni dell'Occidente.

La maggior parte delle persone, quando si parla del discorso di Ratisbona, pensa alla reazione di alcuni musulmani in seguito alla citazione di Benedetto XVI di un imperatore bizantino del XIV secolo. Che, tuttavia, significa non aver colto l'essenza del discorso di Ratisbona. Esso si riferiva davvero all’Occidente.

Cristianesimo, ha sostenuto Benedetto a Ratisbona, integra fede biblica, filosofia greca e diritto romano, creando così il "fondamento di ciò che giustamente si può chiamare Europa." Ciò suggerisce che qualsiasi indebolimento di questa integrazione di fede e ragione significherebbe che l'Occidente inizia a perdere la sua caratteristica identità. In breve, un Occidente senza il cristianesimo che integra la fede e la ragione non è più l'Occidente.

Oggi, ha aggiunto Benedetto XVI, vediamo che cosa accade quando la fede e la ragione sono annientate. La ragione è ridotta a teorie scientifiche e ideologie del progresso, tanto da rendere impossibile qualunque discussione che vada oltre la sfera empirica. La fede si dissolve in umanesimo sentimentale, una base altrettanto inadeguata per la riflessione razionale. Nessuno di questi scarni facsimili degli originali è in grado di fornire qualunque risposta coerente ai grandi interrogativi oggetto di riflessione di ogni essere umano: "Chi sono io?" "Da dove vengo?" "Dove sto andando?"

Quindi qual è la via del ritorno? Secondo Benedetto, si tratta di affermare che ciò che ha recentemente definito ragione creativa sta all'origine di tutto.

Come ha spiegato Benedetto XVI una settimana prima di beatificare il suo predecessore: "Ci troviamo di fronte all'ultima alternativa che è in gioco nella disputa tra fede e incredulità: all'origine di tutto ci sono l'irrazionalità, la mancanza di libertà e il puro caso, o all'origine dell'essere ci sono la ragione, la libertà e l'amore? Il primato appartiene all’irrazionalità o alla ragione? Questo è tutto ciò che conta in ultima analisi".

È quasi impossibile contare le posizioni che Benedetto sta attaccando. Da un lato, si è riferito a materialisti filosofici e emotivisti (cioè, la maggior parte degli studiosi contemporanei). Ma è anche una critica nei confronti di chi riduce Dio ad un Orologiaio Divino oppure ad un essere di Pura Volontà.

Ovviamente nulla di tutto questo si inserisce in un passaggio. "Gli attacchi del Papa, Patologie di Fede e Ragione" è improbabile che sia un titolo di giornale, o comunque non lo leggeremo per ora. Ciò, tuttavia, non rende vana l'accuratezza delle analisi di Benedetto XVI. Le rende solo difficili da comunicare in un mondo diventato poco attento e incline a credere che non ha nulla da imparare dalla storia.

Così, mentre l'Economist, e non solo, potrebbero spettegolare a proposito della competenza dei vari funzionari del Vaticano, stanno perdendo di vista, a loro discapito, le cose essenziali. Discretamente ma fermamente Benedetto sta dando il proprio netto contributo alla battaglia delle idee da cui dipende il destino delle civiltà. L'incapacità dei suoi critici di prendere in considerazione il suo pensiero non illustra solo la loro ignoranza. Tradisce anche una profonda mancanza di immaginazione.

Nota: l’articolo originale Benedict XVI: In No One’s Shadow apparso su American Specator il 06 maggio 2011 è stato pubblicato sul nostro sito l’11 maggio 1011.