Benedetto a Ratisbona: perchè ha ancora importanza


Cinque anni fa, in questo stesso giorno (un giorno dopo il quinto anniversario dell’11 settembre), un ex professore di 79 anni con una voce suadente ha rilasciato un discorso per un gruppo di universitari alla sua vecchia università in Germania. È durato in tutto 30 minuti. Quarantotto ore più tardi il mondo è esploso.

Questo per dire che il discorso di Ratisbona di Benedetto XVI è stato, a dir poco, uno dei discorsi più fondamentali di tutto questo secolo. Non capita tutti i giorni che un discorso che dura solo mezz’ora generi così tante proteste di massa e sia sottoposto a centinaia di analisi da parte di esperti (e anche da parte di persone poco esperte) per settimane di seguito.

Col senno di poi, però, possiamo vedere che Ratisbona ci ha insegnato molte cose. Senza considerare gli eventi in Medio Oriente, le reazioni che sono seguite altrove mostrano una pura inettitudine degli intellettuali occidentali quando si scrive in materia di religione. Un noto gesuita americano, per esempio, ha sostenuto che Ratisbona ha mostrato come Benedetto non aveva attraversato la fase di transizione da teologo a Papa - come se i papi dovessero solo pronunciare quel tipo di discorsi elettorali banali che ci aspettiamo dalla maggior parte dei politici.

Effettivamente, Ratisbona ha infranto gli scambi di gentilezze che hanno caratterizzato fin’ora la maggior parte delle discussioni tra cristiani e musulmani. Invece di produrre altri discorsi banali, Benedetto ha dimostrato che in tali conversazioni non si poteva più evitare di trattare questioni più importanti e difficili: in particolare, come il cristianesimo e l'Islam intendono l’essenza di Dio. Ratisbona ci ha ricordato che importa se Dio è essenzialmente Logos (Ragione Divina) o Voluntas (Pura Volontà). La prima visione facilita lo sviluppo delle civiltà, della vera libertà e di una comprensione completa della ragione. La seconda causa declino, oppressione, irrazionalità.

Ma forse Ratisbona ha chiesto soprattutto all’Occidente di guardarsi allo specchio e valutare se alcuni dei suoi demoni interiori riflettono il fatto che, proprio come accadeva nel mondo islamico, stava attraversando una crisi interiore: crisi che stava riducendo la fede cristiana ad un’opinione personale, ad una questione solo di ragione, a qualcosa di calcolabile e all'amore per l’umanitarismo sentimentale. L'Occidente, ha suggerito Benedetto, era in una fase in cui si stava chiudendo intellettualmente nei confronti delle sue stesse origni.

Dal punto di vista di Benedetto, è proprio la comprensione che hanno i cristiani di Dio come Logos che apre le nostre menti al loro vero potenziale. E questo argomento è stato ampiamente sviluppato da Benedetto proprio due anni dopo la visita a Ratisbona in un discorso che è stato completamente ignorato dai media. Sembra che si possa ottenere la loro attenzione solo citando un imperatore Bizantino del quattordicesimo secolo.

Allora il Papa, davanti all’élite culturale francese a Parigi, ha sostenuto che quaerere Deum (la ricerca di Dio) - e non un dio qualsiasi, ma quel Dio che incarna la ragione stessa - è stato elemento indispensabile che ha permesso alla civiltà europea di raggiungere l’attuale livello di cultura. Lo stesso Dio, che ha dato all’uomo la speranza della vita eterna, è stato inteso come una divinità completamente razionale piuttosto che una divinità ostinata e capricciosa. Così l'astrologia ha iniziato a cedere il passo all'astronomia quando gli esseri umani hanno cercato sempre più la verità, fiduciosi che l'esistenza dell'umanità non sia stata opera del caso o di un maestro orologiaio, ma è stata invece liberamente voluta da un Dio che era al tempo stesso Veritas e Caritas.

Accettare il fatto che oltre il quantificabile c’è la verità, e il fatto che abbiamo la libertà di ricercare quella verità devono, ha insistito Benedetto XVI, andare di pari passo. Perché una volta che questi due aspetti vengono separati si hanno, “l’arbitrio soggettivo, da una parte, e il fanatismo fondamentalista, dall’altra”. Esponendo questo concetto davanti al suo pubblico di Parigi, Benedetto ha spiegato:

Quaerere Deum – cercare Dio e lasciarsi trovare da Lui: questo oggi non è meno necessario che in tempi passati. Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell’umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi.

Alcuni anni fa, un altro teologo ha fatto una simile riflessione, anche se in maniera meno diplomatica: “Non si può essere razionali e poi sostenere che non vi è alcun fondamento in quella razionalità. Dobbiamo tenere Dio e la razionalità o rinunciare a entrambi. Nietzsche o Tommaso d’Aquino, questa è la nostra scelta”.

E forse, sarà questo il significato che resterà di Ratisbona. Il discorso che fece infuriare molti ha evidenziato le conseguenze dell’impegno di far sparire Dio, o di considerare Dio come Colui che ci guarda come semplici schiavi, che ci chiede di fare qualcosa che è contrario alla ragione.

Nessun Logos, nessuna razionalità. Cinque anni dopo, è ancora così semplice - e stimolante - per tutti noi.

Nota: l’articolo originale Benedict at Regensburg: Why It Still Matters è stato pubblicato su National Review il 12 settembre 2011 e questa traduzione è stata fatta previa autorizzazione della National Review.