Ci sono encicliche papali, ed encicliche papali. Alcune non attirano molto l’attenzione del pubblico già dal momento in cui sono promulgate. Altre continuano a riecheggiare nella Chiesa anche per decenni dopo la promulgazione. Ma c’è anche un terzo tipo di enciclica: quelle che assumono un significato legato proprio alla civiltà umana.
Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario di un documento che ricade in quest’ultima categoria, Veritatis splendor del Beato Giovanni Paolo II scritta nel 1993. Lo splendore della verità potrebbe rivelarsi uno dei testi papali più importanti della storia moderna.
Ovviamente la mia è un’affermazione un po’ forte, anche per i moderni schemi che tendono sempre ad esagerare. Eppure non è un argomento difficile.
Per prima cosa, Veritatis splendor è stata la prima enciclica ad esprimere chiaramente i fondamenti della dottrina morale della Chiesa. Il cattolicesimo ha certamente sempre espresso la dimensione morale del messaggio di Cristo. Tuttavia, mai prima d’allora, un papa aveva fornito una descrizione formale sistematica della dottrina morale cattolica. Solo questo basta per rendere tale enciclica punto di riferimento perenne per la riflessione cattolica.
In secondo luogo, Veritatis splendor fornisce quella che oggi viene riconosciuta come una potente risposta alla crisi in cui è caduta la teologia morale cattolica dopo il Concilio Vaticano II. Per molti aspetti questa crisi è stata accelerata dai dibattiti che sull’Humanae Vitae di Paolo VI. Ma più profondamente, Veritatis splendor era una controreplica al tentativo di molti teologi cattolici di fare tre cose.
Prima di tutto il loro sforzo di mantenere intatto il vocabolario dell’etica cattolica, mentre ne trasformavano il suo contenuto in qualcosa di indistinguibile dall’utilitarismo. Che si definisca “consequenzialismo” o “proporzionalismo”, le idee associate al compianto Josef Fuchs, SJ e ai suoi seguaci si basavano soprattutto sulla pretesa che la moralità di un atto è stata determinata dal “peso” del bilancio tra tutti i beni e i mali possibili che potrebbero derivare da tale atto.
La replica di Veritatis splendor era per sottolineare qualcosa che anche molti filosofi laici hanno riconosciuto da tempo: per determinare tale peso dobbiamo conoscere l’inconoscibile e misurare l’immisurabile. In altre parole presuppone l’impossibile.
Tali presunzioni discutibili, tuttavia, derivano da un altro proposito dei dissidenti. Quello di indebolire, senza dirlo esplicitamente, la posizione della Chiesa secondo la quale ci sono degli atti che, proprio per l’obiettivo che ci devono far raggiungere, sono intrinsecamente malvaggi, non importa quanto siano nobili le intenzioni e le circostanze attenuanti.
I teologi dissenzienti hanno sempre negato (fortemente, una cosa che già si intravedeva) che questo era il loro obiettivo. Eppure, chiunque abbia letto i loro scritti si è potuto rendere conto di come intendevano rimodellare il divieto assoluto della Chiesa di alcune scelte rendendole generalizzazioni provvisorie. Il fatto che sono provvisorie significa potenzialmente aperte ad eccezioni. In altre parole, le loro certezze non erano più tanto certe. Ciò ha portato alcuni a pensare che tutto il progetto dei dissenzienti aveva meno a che fare con la “liberalizzazione delle coscienze” che con un desiderio precedente di approvare azioni inconciliabili con la dottrina cattolica.
Ultimo obiettivo dei dissenzienti era quello di minare la posizione cattolica secondo la quale alcuni atti sono di tale gravità che rendono la fede “morta”. Secondo loro, “la scelta fondamentale” di Cristo è quella che veramente conta per la nostra salvezza. Un Dio buono non potrebbe mai rifiutare qualcuno che aveva scelto Cristo, non importa quello che avrà poi fatto in seguito.
In Veritatis splendor la risposta è duplice. Pur riconoscendo che vi è un senso di fondo nelle scelte che si fanno a favore o contro Cristo, ribadisce che certi atti (cioè i peccati mortali) rappresentano una scelta fondamentale contro Cristo, scelta che potenzialmente è per sempre, a meno che non ci si penta.
San Paolo e San Giacomo non avrebbero potuto essere più espliciti su questo punto. Infatti il cattolicesimo ha sempre insistito che “la via”, come i primi cristiani chiamavano la fede cattolica, non è solo una questione di scelta. Si tratta di ogni scelta libera che sostiene o che crea gravi danni alla prosperità umana. Ecco perché il cattolicesimo considera in modo così serio la ragione e il libero arbitrio.
E questo sottolinea il significato più ampio che assume Veritatis splendor nei confronti della civiltà umana. L’enciclica, contro lo spirito del nostro tempo, non solo ha ribadito che l’essere umano può conoscere la verità morale, ma insiste sul fatto che la possiamo anche vivere.
Tali affermazioni sono vecchie e risalgono al tempo di Socrate e dei profeti ebrei, ma hanno acquistato forza e profondità uniche con l'avvento del cristianesimo convenzionale. Tuttavia è impossibile sottovalutare quanto scuotono la sensibilità moderna.
Oggi, secondo molte persone, le nostre scelte morali sono o dovrebbero essere guidate da nostri sentimenti ed esperienze. Perché è tutto quello che rimane dopo aver negato la Rivelazione e la ragione ci può insegnare qualcosa di definitivo sulla moralità al di là delle vaghe generalizzazioni come “essere tollerante” o “massimizzare l’utilità”.
Questo aiuta a spiegare perché sia gli giovani adolescenti medi d’oggi che gli anziani nati nell’era del baby-boom cominciano inevitabilmente a parlare di questioni controverse con parole come “Sento che. . . .”. La stessa mentalità si manifesta quando i politici contemporanei citano le esperienze della loro famiglia/figli/amici/vicini di casa quando spiegano perché sono — da un punto di vista morale — contrari, o quando la loro opinione è “in evoluzione”.
Ma, mentre le esperienze ci forniscono alcuni spunti, esse non sono una base razionale per fare delle scelte. Come, per esempio, possiamo distinguere da un punto di vista morale esperienze differenti di pianificazione familiare naturale? Alcuni considerano la pianificazione familiare naturale come gravosa. Altri la vivono come liberatoria. Quindi, chi ha ragione? Far riferimento all’esperienza in se stessa non è utile per rispondere a questa domanda.
Il vicolo cieco intellettuale in cui questo ci porta rende difficile spiegare la confusione assoluta del pensiero morale occidentale contemporaneo. Tuttavia, il caos è peggiorato a causa di un’altra pretesa influenzata dalla modernità che viene discussa in Veritatis splendor. Si tratta dell’affermazione diffusa che non c’è nulla di stabile nella natura umana: che tutto è in qualche modo malleabile.
Tra le espressioni più assurde di tali affermazioni c’è l’ideologia dell’identità sessuale, insidiata ormai dappertutto, secondo la quale la nostra “identità sessuale” dipende da come “ci sentiamo”, a prescindere dalla biologia e dal DNA. Ne deriva che la natura umana “cambia”, così deve essere per la moralità.
Oggi, grazie alle scienze moderne sappiamo di più, ad esempio, su come funziona il nostro cervello. Ma i fatti scientifici (ammesso che si tratti di fatti e non di azioni politicamente-corrette) di per sé non ci forniscono ragioni decisive da un punto di vista morale quando compiamo delle azioni. Per fare una tale affermazione è necessario un esempio di quella che viene chiamata la fallacia naturalistica che deriva un “dovrebbe essere” da un “è”, cioè come dire che una persona con la predisposizione per l’alcolismo dovrebbe essere ”un alcolizzato.
Gli esseri umani sono certamente esseri dinamici nella misura in cui le nostre libere scelte cambiano il nostro carattere interiore tanto quanto plasmano il mondo esterno. Ma questo è coerente con l’insistenza di Veritatis splendor che molte caratteristiche degli esseri umani e l’idea di prosperità umana non cambiano. Per esempio, non ci sono prove del fatto che la ragione in quanto tale o la volontà in quanto tale nei contemporanei è diversa da quella di chi ha vissuto 5000 anni fa. Allo stesso modo, qualcuno può plausibilmente sostenere che le virtù come la prudenza o la temperanza sono meno importanti nel 2013 di quanto non lo fossero nel 1013?
Sta proprio qui l’importanza di Veritatis splendor per chi vuole preservare e promuovere la civiltà. Non solo essa insistere sul fatto che particolari atti sono eternamente indegni per l’uomo, ma afferma anche che la ragione umana può identificare quelli che nell’enciclica stessa vengono definiti “beni fondamentali” che trascendono le particolarità del tempo presente.
In questo senso l’enciclica ci ricorda che evitare il male non è sufficiente. Come ci viene mostrato nell’incontro di Cristo con il giovane ricco in Veritatis splendor, i divieti contenuti nella legge morale di Dio si suppone che siano un trampolino di lancio verso la prosperità umana. Non importa quanto siamo umili secondo gli standard del mondo, tutti sono uguali di fronte alle esigenze morali. Però, questo significa anche che siamo ugualmente capaci di magnanimità. In un mondo che sostiene la mediocrità morale, Veritatis aplendor insiste sul fatto che tutti noi, con l’aiuto della grazia, potremmo essere una Gianna Beretta Molla, un Tommaso Moro, una Maria Goretti, o un Karol Wojtyla.
Ed è sicuramente questa una verità che ci rende liberi.
Nota: l’articolo originale Veritatis Splendor: The Encyclical that Mattered è stato pubblicato il 16 aprile 2013 su Crisis Magazine. È apparso sul nostro sito il 17 aprile 2013. La traduzione italiana è dell’Istituto Acton.
Purchase a subscription to the Journal of Markets & Morality to get access to the most recent issues.
Learn more at MarketsAndMorality.com | Subscribe
Read our free quarterly publication that has interviews with important religious figures and articles bettering the free and virtuous society. Visit R&L today.
Phone: (616) 454-3080
Fax: (616) 454-9454
Contact Us Online
Request a Speaker
Subscibe to Print/Email
Refer a Friend
What is RSS?
Acton PowerBlog
Latest Site Updates
Acton Events
Radio Free Acton Podcast
Acton Commentary
© 2013 Acton Institute | Privacy Policy